Recensioni

A due anni da Black City, il poliedrico producer e dj Matthew Dear, co-founder della Ghosty International di stanza a Brooklyn e acclamato remixer, ritorna con Beans, quarto album sotto quest’alias e il primo – e il più importante – tra i quattro progetti attivi (gli altri sono Audion, False, Jabberjaw).
Con un piglio decisamente solare, anche caraibico (Her Fantasy), e una maggiore attenzione alle sezioni strumentali (chitarre, basso elettrico e synth oltre a sample e drum machine), la formula, camaleontica e bowieana per definizione, muta nella forma, passando dal grigiore invernale al calore estivo. I contenuti, però, sono quelli di sempre e così alcune perplessità di lungo corso di cui già vi raccontammo in sede di recensione dell’album precedente salvo un drastico allontanamento dal dancefloor (iniziato già ai tempi del sophomore Asa Breed, con il conseguentemente avvicinamento alle lezioni di Eno, Byrne, Bowie e krautrock) che approda qui a un mosaico art (wave) pop raffinato, tutt’altro che banale e, diciamo, definitivo.
Per farla breve, se non arriva la svolta performativa a fare la differenza, quello a cui ci dobbiamo abituare è un Matthew Dear perso tra due decadi della Berlino che fu con gli ologrammi dei due David sul desk: per i bookmaker dei festival dance è pur sempre un fiore all’occhiello; il posizionamento ottimale anche per le quadrature indie del Primavera Sound ma se obbiettivamente è un bel sentire (il basso wave e le atmosfere primi 80s di Earthforms, la My Life In The Bush Of Ghosts di Headcage) sono le canzoni – in quello che è a tutti gli effetti un album di canzoni – a non convincere.
Alternando tra intimismo (Ahead Of Myself) e pieghe meditabonde (Shake Me), Beams cerca fortuna in singoli ancora troppo prigionieri della coolness post-techno (Fighting Is Futile, manca il bersaglio, il classico funk Up & Out, è ottimo nel riff ma non funziona nel ritornello, la finale Temptation tenta furbamente una fuga nella ballad sintetica), ed a vincere è ancora il lato producer del texano che si ritaglia qui una propria nicchia al confine tra nicchie. La canzone degna di nota c’è ed è Do The Right Thing, nei testi certamente c'è stato un impegno maggiore, ma la tesi rimane: prodotto valido da un punto di vista di produzione, neither fish nor flesh per chi è dalla parte del desiderio, sempre.
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