Recensioni

7.5

La prima cosa che ho fatto, appena ho saputo del nuovo album di Matthew E. White, è stato riascoltarmi l’esordio Big Inner. L’ho trovato esattamente lì dove lo avevo lasciato, con le sue movenze da sorniona commozione soul, con le sue fragranze artefatte però senza concedere un solo millimetro alla finzione, con quei groove dagli angoli smussati, perfino suadenti, eppure tumultuosi sotto lo strato di celluloide. Sono passati due anni e l’ormai trentaduenne virginiano torna con un album che ripropone esattamente quella formula con ancora più convinzione, con la forza di chi sa di aver imbroccato la strada giusta ma senza la sicumera di chi pensa di poter vivere di rendita.

In altre parole, Matthew rilancia, espande gli scenari e affonda la tensione, aggiunge melassa e fiele, arrivando a concedersi un divertissement ruffianello come Rock & Roll Is Cold (errebì sbrigliato tipo dei Dandy Warhols immersi in un’ebbrezza del Delta) cui non mancano i numeri per diventare un autentico tormentone. Ma è l’eccezione in una scaletta la cui opening Take Care My Baby ti immerge subito in una palpitazione di velluti soul, piano, archi e chitarra cremosa, da qualche parte tra l’abbandono misurato dei Lambchop e il trasporto d’un Josh Rouse. Poi è tutto un gioco di piccole e medie variazioni sul tema di un philly sound sbiancato col più languido dei pathos, oscillando tra le allucinazioni quasi Beach Boys di Tranquillity e il sostrato drammatico di Holy Moly, tra una Feeling Good Is Good Enough pettinata da brezza funky e fremiti The Band e quella Golden Robes che prosciuga panneggi filmici Bacharach tra miraggi gospel aciduli quasi Terry Callier.

La qualità più rilevante di queste canzoni così dense e raffinate è il modo in cui giocano la partita col presente, opponendo con garbo implacabile il loro ritmo cardiaco al frenetico evaporare di eventi. In questo, siamo in piena dimensione soul, pur trovandoci di fronte ad una raffigurazione del soul. Ascoltandole, senti qualcosa di presente e vivo che sembra anche essere svanito per sempre. Una sovrapposizione di emozioni contrastanti che è alla base del loro incantesimo agrodolce.

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