Recensioni

Disturbi elettrostatici, come di falsi contatti, sottesi all’ormai caratteristico stile chitarristico del marchigiano. Si apre e si chiude così, con Pitagora e A Time Full Of Boxes, i pezzi più nervosi ed elettrici dell'intero lotto, il quarto lavoro in solo di Mattia Coletti, ormai affermato musicista e produttore con un curriculum non indifferente alle spalle: Sedia, Polvere, Christa Pfangen, Damo Suzuki’s Network, Leg Leg.
Nel mezzo, chitarre (quasi sempre) acustiche che si specchiano in incedere bluesy, che giocano a rimpiattino col folk tradizionale (la title track e il suo lullaby acustico ed estatico) o con ossessioni malinconiche (Wind Glass) snodandosi tra reiterazioni e oscillazioni in grado di giocarsela alla pari non solo coi classici mostri sacri di riferimento ma anche con le nuove leve, come il Mark McGuire solo delle ultime produzioni. Le elegie acustiche di Greta e Ghost West, vero cuore ideologico dell'album, col loro strofinio di corde sommesso dicono di un mondo pacificato, di lande aperte, di confini smisurati e comunicazione universale comprensibili a occhi chiusi e orecchie aperte.
Quelle di Coletti sono cifre chitarristiche che si muovono nell’oceano della ripetizione, quasi sempre uguali a se stesse, ma che in realtà tendono all’aggregazione come se si trattasse di frattali sonori, sorta di dolci haiku di suoni come notavamo già in Pantagruele. Corda su corda in una stratificazione che non è mai sovrabbondanza o mero accumulo, quanto vibrare di dolci, isolati suoni che ricompongono nel loro insieme il sentire musicale del marchigiano. Un sentire che è fatto in egual misura di melodia e sperimentazione, ricerca e tradizione, essenzialità ed eleganza. Da ascoltare in solitudine e penombra, ovvio.
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