Recensioni

Nel 2016 saranno 20 anni dall’esordio discografico di Max Gazzè: il Nostro avrebbe potuto festeggiare la ricorrenza al prossimo Sanremo, luogo dal quale è partito il successo di una carriera che lo ha visto affermare anche nel mainstream il suo stile peculiare e dove il musicista ha portato alcuni dei suoi brani migliori, e invece sceglie l’autunno per pubblicare un nuovo lavoro.
Gazzé ha raccontato la genesi di Maximilian diffusamente alla stampa, in sede di presentazione: dopo aver messo in fila il successo dell’irresistibile Sotto casa (gran singolo, in un album nel quale la vena creativa risaliva dalla maniera dei 2-3 dischi precedenti) e il disco-tour in trio con gli amici Niccolò Fabi e Daniele Silvestri (progetto rimasto al di sotto del suo potenziale), probabilmente per rilassarsi aveva deciso di dedicarsi a un album sperimentale incentrato sull’elettronica. Ma ad un certo punto, dice l’autore, ha avuto l’apparizione di un curioso personaggio, il Maximilian del titolo e della copertina, che gli avrebbe dettato il nuovo disco di canzoni, con conseguente messa da parte di quello sperimentale.
Ma non tutto dell’idea originale è andato perduto: le prime due canzoni, infatti, si aprono con arpeggi di tastiera che ribadiscono che la wave prediletta dal cantautore romano va oltre la sua più volte dichiarata ammirazione per i Police, tra l’iniziale Mille volte ancora che si regge su un fraseggio tra Simple Minds e Depeche Mode, e una Un uomo diverso che introduce un suo classico funk rock con frenesie New Order. I due brani poi rientrano nei binari consueti del Nostro, che rimane com’è ovvio ben riconoscibile; ma il disco prova comunque a movimentare la consueta miscela di produzione esuberante e melodie oblique, lentoni e casse in 4, surrealismo e romanticismo, amori sghembi e filosofeggiare stralunato, per esempio a partire dal singolo (che ha già sbancato i media) La vita com’è, il quale mescola un inizio balcanico con un andamento latino vintage e una melodia contagiosa e (forse un pochino troppo) leggera, finendo dalle parti di Giuliano Palma o, meglio, di quelli di cui fa le cover (mentre “ammazzo il tempo” subito dopo aver nominato il caffè sembra strizzare l’occhio al primo Sanremo della Mannoia).
E se Sul fiume è un lento come tanti del repertorio dell’artista, Nulla invece decolla su una melodia riuscita che si apre dopo un sommesso inizio CSI e su immagini liriche di particolare forza. E altrettanto bella, se non di più, è In breve, un cameristico frammento minimale e accorato su arpeggi spagnoli, in cui si cerca di capire un suicidio (mentre si accenna al modo barbaro in cui certi episodi vengono trattati dai media). Il siparietto di Ti sembra normale smorza qualche spunto arguto in un ritornello facilino, migliore risulta quello di Teresa, nella quale il personaggio predica maturità alla sua ex, prima di confessare di essere tornato a vivere dai suoi. Il pezzo più insolito del disco è Disordine d’aprile, anche grazie alla partecipazione del cantautore Tommaso Di Giulio (già con Gazzé in tour e in un duetto in TV), sorta di strano mix in punta di drum machine tra il Battisti della seconda metà dei ’70 e quello con Panella, mentre il finale viene affidato al valzer con coda orchestrale di Verso un altro immenso cielo.
Nonostante qualche occasionale caduta nella maniera, e benché il singolo, anche se killer, non abbia lo spessore di altri brani, Gazzè conferma i buoni segnali del disco scorso, sia come composizione che come ricerca. Non male per una carriera diciannovennale.
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