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7.5

Se cercate una colonna sonora ideale per le giornate uggiose di questa primavera che stenta a entrare nel vivo, il nuovo album del pianista e compositore Max Richter è quello che fa per voi. E’ commovente percepire come le piogge che rigano i cieli grigi si sposino alla perfezione con le note malinconiche di un pianoforte, come il lento movimento delle nubi sia descritto con dovizia di particolari dalle orchestrazioni d’archi, come il tintinnio che l’acqua produce nei tubi di scolo si rifletta negli enigmatici arpeggi.

Questo secondo lavoro di Max Richter, tedesco di nascita e inglese d’adozione, segue Memoryhouse, disco pubblicato nel 2002 per la Late Junction, etichetta classica della BBC ed eseguito dall’Orchestra Filarmonica della stessa. Nella sua formazione classica, Richter, passato per l’università di Edimburgo e per la Royal Academy, predilige gli autori contemporanei: studente di Luciano Berio a Firenze entra ben presto a far parte di un famoso ensemble noto come Piano Circus, in cui si diletta a performare musiche di Arvo Part, Brian Eno, Philip Glass, Julia Wolfe e Steve Reich.

Oltre al debito evidente verso l’opera di questi artisti The Blue Notebooks può essere visto come un ipotetico e affascinante punto d’incontro tra le stilizzazioni del suono 4AD, l’Aphex Twin di Selected Ambient Works Volume II e le implementazioni elettroacustiche di Sylvian Chauveau (anche lui accasato presso la Fat Cat). L’album si apre con un frammento de “Gli Otto Quaderni In Ottavo” (“The Blue Octacvo Notebooks”) di Franz Kafka, recitato dall’attrice Tilda Swinton sulle note di un pianoforte, il ticchettio di una macchina da scrivere e il sample di un treno in corsa: un quadretto ambientale da cui traspira un’atmosfera sospesa che fa venire in mente l’incanto di certi Piano Magic.

La magia si sprigiona nel tema di On The Nature Of Daylight, tratto da una melodia di Memoryhouse, dove gli archi (due violini, una viola e un cello) suonati da alcuni abituali collaboratori di Richter, dipingono sinuose curve di azzurra melancolia su una tela biancastra. E’ ancora un tema di pianoforte che traccia le “variazioni dell’orizzonte” nel brano successivo, un Sylvian Chauveau meno minimale e più colorito. Altre citazioni, questa volta tratte dalle opere “Hymn Of The Pearl” e “Unattainable Earth” dell’autore polacco Czseslaw Milosz, introducono l’arpeggio della sinistra Shadow Journal che rimbomba di profondissimi bassi, realizzati elettronicamente.

Le orchestrazioni sono spesso integrate, in maniera impeccabile e trasparente, da beat elettronici provenienti da strumentazione in parte analogica e in parte digitale, oltre che da appositi software (Reaktor). Iconography ha il passo sacrale della composizione per organo (registrato in una cappella della Francia meridionale) con reiterazioni à la Steve Reich, mentre Organum mostra un interessante sviluppo armonico per microvariazioni. I momenti migliori giungono con Arboretum, intro di elettronica povera che ricorda i Calla di Scavengers e tema di viola dai toni funerei, e soprattutto con la struggente progressione melodica d’archi e pianoforte di The Trees, affine per sensibilità alle pagine migliori dei Rachel’s. Un’opera convincente, senza cadute di tono e attraversata da una tensione sottile e palpabile, capace di cristallizzare gocce d’inquietudine ad ogni nota, come nient’altro ascoltato di recente.

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