Recensioni

A tre anni dalla raccolta The Future Has Designed Us, rivelatasi poi un assoluto culto per gli appassionati del periodo wave al di fuori dai soliti confini, la piccola label indipendente serba Discom torna a proporre altro materiale, questa volta inedito, realizzato da Max Vincent, cantante, musicista e produttore elettronico nato nel 1967 e scomparso precocemente nel 2004: Beograd è un album precedentemente mai pubblicato e composto durante un arco temporale decisamente lungo (i tredici anni che vanno dal 1986 al ’99), contenente otto tracce che mostrano però una notevole omogeneità sonica.
A dispetto della bella ma plumbea copertina, i brani contenuti in questo disco non suonano neppure così gotici e industriali, soprattutto se consideriamo produzioni coeve provenienti dagli stessi lidi (i seminali e malatissimi Borghesia); anzi, sin dall’ottima title track posta in apertura, è palese come agli algidi panorami elettronici degni sì di Carpenter e John Foxx (The Other Side) si aggiungano sempre elementi differenti e spesso sorprendenti: una weirdness divertita e diffusa, un groove spesso eclettico (come nella disco anarchica di Gospodar Nova) e atmosfere tra vizioso glam-rock (Time Cabaret) e synth-pop radiofonico, per non parlare delle inaspettate venature etniche che impreziosiscono alcuni pezzi (come i flauti andini dell’altrimenti classico anthem electro-punk Cadillac).
Un plauso dunque alla giovane etichetta che nel riportare alla luce la produzione di Max Vincent sta dimostrando come, certe volte, parlare di artisti minori, sia soltanto un riflesso linguistico volto più a definire l’origine che non il reale valore della proposta, esattamente come nel caso in questione.
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