Recensioni

6.5

 

Ed è arrivato pure il turno di Maya Jane Coles. Dopo innumerevoli ep, remix e mixati d’eccezione (una vera e propria investitura in questo senso il Dj Kicks di sua mano) la dj londinese più chiacchierata degli ultimi anni esce allo scoperto con un vero e proprio disco e una manciata di ospiti di prim’ordine come Tricky, Miss Kittin o Karin Park.

Comfort, diciamolo subito, non è un disco che sbalordisce in termini creativi rispetto al sound a cui ci ha abituato finora la giovane produttrice inglese; come ben sappiamo, i giri in cui ha sempre bazzicato Maya, sono quelli della penombra super cool di Jamie XX e soci e, come da programma, le coordinate stilistiche del disco non potevano non essere riconducibili a quella verve techno-spleen immediatamente percepibile sin dall’omonima traccia d’apertura del disco.

Il “comfort” della Coles è effettivamente il medesimo di molti altri giovani artisti inglesi a lei contemporanei (Jessie Ware e Julio Bashmore per non andare troppo lontano), ovvero, quello di una precoce restaurazione di sonorità e mood che hanno composto il pantheon elettronico inglese in bassa battuta dei primi‘90; stiamo parlando dei nati sotto il segno di Tracey Thorn e Lisa Stansfield, il trip-hop bristoliano e le plastiche nere del primissimo electroclash.

I numeri di Comfort vengono così snocciolati in euro vignette come Easier To Hide e Burning Bright (al microfono, dagli Hercules & Love Affair, Kin Ann Focman), in cui è onnipresente lo spettro degli Everything But The Girl più elettronici, o in tracce più down-tempo in cui la nostra sembra anche trovare la dimensione canora ideale, come per esempio nella narcolettica Dreamer, passando per pezzi come Fail From Grace o When I’m In Love che, affidate ad altre voci ospite, rilasciano fascinazioni tipicamente mezzaniniane.

Immancabili sono i wavismi elettronici accostabili ai compagni di sbronze XX in brani come Blame (feat Nadine Shah), Stranger o la conclusiva e stralunata Come Home, in cui viene riassunta tutta l’epica del decadentismo post after-party made in London.

Ma cosa balleranno mai dunque, questi nuovi clubber dalla lacrima facile? Maya sembra essere dell’idea che la prima ondata di electro-clash (The Hacker, Blackstrobe e Dj Hell per intenderci), tolto il glam e l’enfasi transgender, sia ancora un’ottima fonte di ispirazione, ed così che in Everything la personalissima cruenza vocale di Karin Park sembra sposarsi con il tentativo di ridare vita ad una Plastic Dreams 2.0 con l’accompagnamento dei Tiefschwarz; oppure, è la stessa veterana Miss Kittin ad unirsi coralmente alla Coles in Take A Ride, ma sempre restando dentro quella bolla produttiva anti-glitter che piacerebbe a Burial e che ritroviamo anche nell’inaspettato mantra alla Rockie Robertson del caro vecchio Tricky per l’onirica WaitForYou.

Insomma, visti gli ospiti ed i presupposti il risultato poteva essere eccellente, eppure Comfort è un disco che anche dopo parecchi ascolti lascia con l’amaro in bocca. Stabilito il fatto che con una tracklist del genere, gli intenti della nostra non potevano che essere Pop, rimane la constatazione che al disco mancano proprio scrittura e personalità vocale. Se da un lato la raffinata e minimale produzione di Comfort trasmette prima di tutto un mood emotivo, dall’altra non si capiscono le reali finalità della Coles; nell’attesa che Maya decida definitivamente se occuparsi di dancefloor o delle sue canzoni non resta che provare ad accontentarci della freddezza di Comfort.

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