• Feb
    01
    1969

Classic
MC5

Elektra

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A bunch of 16 year old punks on a meth power trip” (un gruppo di sedicenni punk in trip da metanfetamine), così definiva gli MC5 Lester Bangs in una delle sue storiche recensioni per Rolling Stone. Il disco cui si riferiva il giornalista – che fa guadagnare, in una delle prime operazioni di hype musicale della storia, la copertina di RS ancor prima di uscire –  è una delle pietre miliari del rock: Kick Out The Jams.

Roba che scotta, uno dei live su cui si sono scritte biblioteche, su cui troppi teen si sono strappati i capelli e da cui centinaia di band hanno tentato di pescare idee, suoni, atteggiamenti e stili. L’album oggi suona fresco, ma c’è da dire (sempre seguendo le orme del buon vecchio Lester) che le idee già al tempo non erano poi così nuove: l’eredità delle canzoni-fatte-con-due-accordi e la potenza del suono MC5 pesca infatti da nomi che alla fine degli anni Sessanta avevano già stabilito un canone: Chuck Berry, The Who, i Troggs e altri blues-rockers che avevano da poco solcato i palchi di Woodstock (il festival era terminato poco più di due mesi prima l’uscita del disco). Cosa fa la forza di questo lavoro, dopo ormai più di quarant’anni di onorata carriera sugli scaffali dei negozi?

La sostanza è appunto lo stile. L’idea – molto semplice – che vince contro il passare del tempo è appunto di puntare sul sound grezzo, sporco, il do-it-yourself che si sentiva già in gruppi vicini (gli scellerati cuginetti Stooges) e che poi sarebbe esploso ovviamente nel punk. Qui il suono si interseca con le coordinate del blues e con gli anthem della controcultura sessantottina: ne esce una cosa piena di energia, infarcita di assoli classici e nel contempo basici data la frenesia dell’esordio, una scossa in presa diretta (il live è stato registrato in due sedute, il 30 e 31 Ottobre del 1968) che usa a man bassa pure il free-droning mutuato dalle esperienze di John Coltrane e Ornette Coleman, una carnevalata che svetta al top di centinaia di classifiche o best of dei critici rock. Sopravvalutato? A riascoltarlo oggi e a sapere di tutto quello che è venuto dopo (breve inciso non esaustivo: quanto hanno preso da qui i Clash, i White Stripes e i Rage Against The Machine?), il disco vale la candela.

I ragazzi di Detroit non rinnovano, forse tornano pure indietro, ma è il ‘packaging’ che conta e fa storia. Kick Out è quindi uno dei tanti quadri segnaposto che ci ricordano come eravamo tanto tempo fa: ascoltando questo disco vengono in mente la copertina sudata, il collage con la bandiera americana, i basettoni, l’assassinio di Bobby Kennedy e di Martin Luther King, le cartoline bruciate contro il Vietnam, la mossa anarco-utopica di una certa parte del rock (poi inglobata nel capitalismo, ma qui tutto sommato ancora credibile), l’anthemica intro che incita alla rivoluzione (gli MC5 nascono infatti come seguaci del collettivo di sinistra White Panthers) e tante altre piccole grandi diapositive da ciclostilare e mandare a memoria.

Come Jimi Hendrix, i Jefferson Airplane, Dylan e pochi altri artisti, gli MC5 sono un’icona underground di un periodo, un simbolo del rock più crudo, di quello che non si tira indietro (il gruppo aveva partecipato pure ai discordini di Chicago del 1967) e rappresenta gli studenti e – quando ancora esistevano – gli operai. Disco che smonta i canoni blues con uno svacco e una voglia di rivoluzione elettrificata direttamente negli amplificatori e nella voce sempre (o quasi) urlata di Rob Tyner che scuote le pareti della Grande Ballroom di Chicago e che insieme a Wayne Kramer, Fred Smith, Michael Davis (purtroppo da poco scomparso) e Dennis Thompson segna una stagione e un modo di vivere la musica come impegno e sperimentazione. Kick out the jams, motherfuckers!

21 Febbraio 2012
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MC5

Kick Out The Jams

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