Recensioni

TOP
8

Non ci occupiamo spesso di metal su SA, men che meno delle sue frange più estreme. Vale però la pena spendere un discorso approfondito su questo esordio dei “nostri” (la formazione nasce a Bergamo nel 2004) Mefitic, un disco che s’inserisce con grandissima competenza in una scena che da lungo tempo rappresenta l’area sicuramente più fertile e creativa della musica più pe(n)sante e ne tocca spesso vertici qualitativi altissimi: stiamo parlando di quel vastissimo e oscuro mondo chiamato black metal, variegato e poliedrico come pochi altri a discapito degli stereotipi e dei pregiudizi che da sempre lo limitano agli occhi dei non iniziati. Proprio di fluidità e trascendenza rispetto a facili in-scatolamenti di genere è imprescindibile parlare nel caso Mefitic, che nel black s’inseriscono a pieno titolo partendo però dal death di Archgoat, Incantation e Portal e partorendo un impasto sonoro mutevole e avvolgente, che non si limita al derivativo citazionismo tributario ma dà vita ad una nuova e compiuta creatura che, avendo ben chiare le proprie coordinate di partenza, riesce a risultare estremamente personale.

Dopo 11 anni dalla nascita disseminati da una miriade di uscite minori (demo, split, EP, eccetera), ecco che finalmente, dopo l’ottimo EP Columns of Subsidence, arriva il primo vero LP del gruppo, che riesce meglio di qualsiasi altra uscita precedente a metterne a fuoco la potenza: le otto tracce che compongono l’album sono un flusso di magma sonoro catacombale e devastante, monolitico e marcissimo. Non aspettatevi facili concessioni alla melodia tra i solchi di questo disco malato e claustrofobico oltre ogni immaginazione, disturbante e disturbato, estremo e supremo nella sua infernale violenza putrefatta, ulteriormente esaltato da una produzione imputridita e decomposta che ne sottolinea la sincera malvagità.

Non di soli intenti ed attitudine stiamo parlando però, dato che il tutto è reso musicalmente con una cura e una tecnica impressionanti: i brani sono moderatamente lunghi (con una durata media intorno ai 5 minuti) e sapientemente strutturati, con tempi molto articolati e frequentissimi cambi che alternano adrenaliniche sfuriate a foschi e pachidermici rallentamenti doom, una batteria chirurgica e ipertecnica, un riffing che sorprende sempre per inventiva ed efficacia e una potentissima voce proveniente dall’oltretomba che declama versi – in un inglese di ascendenza letteraria – tanto colti e altisonanti quanto corrotti e depravati, incentrati sulla dicotomia Dio/Morte e colorati da un decadentismo oscuro e squilibrato.

Dai sinistri e funerei rintocchi dell’iniziale Grevious Susidence fino al deviatissimo e deforme assolo finale nella conclusiva The Swirling Columns of Staleness, i «cancerous fruits» di questo primo mefitico lavoro vanno assolutamente colti.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette