Recensioni

7.2

Sixties-pop virato dark, intimismo shoegaze anni ’90, animo rock quanto basta, ma sempre di quello scuro e umorale. Se si potesse parlare di musica come di cucina, giocheremmo con gli ingredienti citati sopra con la consapevolezza di non essere mai in grado di sapere come riuscirà il tutto. È quello che succede con Ode Road, titolo dal retrogusto letterario-cinematografico che inaugura la carriera ufficiale del duo bolognese dopo l’ep autoprodotto All In All di qualche tempo addietro. Se lì si calibrava un sound che più che sound vero e proprio era immaginario a tutto tondo, qui la quadratura è perfetta. Il piatto è riuscito ed è completamente diverso da ciò che ci saremmo aspettati.

Gli ingredienti di partenza possono soltanto dare delle vaghe coordinate al risultato finale, perchè nel mondo dei Melampus sono i retrogusti a farla da padrone. Le sfumature, gli accenni, le screziature con cui Angelo “Gelo” Casarrubbia (Buzz Aldrin) e Francesca “Billy” Pizzo spennellano forme e sostanza del loro rock a forti tinte wave, ipnotico e sensuale insieme. Roba minimale, che fa della reiterazione e dei giochi con le assenze il proprio punto forte, sfruttando chiaroscuri (Freedom Day) ed interstizi (Double Room) per colpire nel profondo di chi ascolta; che alterna elettronica e acustico creando tenui impalcature sognanti e sottilmente inquietanti (Dots), che gioca con immaginario notturno e sensualità dark-gaze muovendosi tra forme folk weird e possedute (Joel) e disturbanti nenie da gotico americano (The Path) sospese sempre tra drumming non invadente e cantato da Alison Shaw (Cranes) adulta. Il tutto avendo bene in mente però che l’insieme è più importante delle singole dosi e che 4AD, pathos a manetta, nebulose goth, ballads assassine, algida eleganza alla Nico, rigurgiti wave e quant’altro è meglio farli levitare nel pastone che farne l’ingrediente principale.

Forse i Melampus, tenendo fede al nome che si sono scelti, hanno voluto aiutare le nostre orecchie a guarire?
 

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