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7.4

Avete presente un’orgia libera di suoni multicolori scevra da ogni recondita influenza psych ma ben radicata in atmosfere da jazz afro-beat? Bene, siete molto vicini alle sonorità che riempiono l’esordio di questo supergruppo inglese che vede in ballo gente da Acoustic Ladyland (il sassofonista Pete Wareham, vero aggregatore del tutto, e Ruth Goller al basso), Heliocentrics (il sax di Shabaka Hutchings), Zun Zun Egui (la voce di Kushal Gaya), strumentisti del giro di Mulatu Astatke (la batteria di Tom Skinner) e Fela (Satin Singh alle percussioni) e un produttore d’eccezione come Leafcutter John che mischia le sue electronics al flusso sonoro dei compari.

Un vero e proprio tornado di suoni in libera uscita, sfuggenti e coinvolgenti, etimologicamente eccentrici nel loro fuoriuscire dalla grande madre Africa ed espandersi e contaminarsi, che rinverdiscono, se ce ne fosse ancora bisogno, la linea dell’afro-jazz più ispirato e acceso apprezzato negli ultimi anni e meritandosi la definizione di “Afrocentric jazz-tinged tribal pop” appioppata loro sul web. Mulatu Astatke e l’appena riscoperto ethio-jazz, l’approccio materico e punkish degli ultimi The Ex specie se in combutta con Getatchew Mekurya nella formazione allargata che ci ha regalato capolavori come Moa Anbessa e Y’Anbessaw Tezeta o nel progetto Brass Unbound, formazioni orchestrali come la Hypnotic Brass Ensemble messa su dall’ottantenne Kelan Philip Cohran, per non parlare dei pezzi storici dell’afro-beat, sono alcuni dei punti di riferimento di una band che non lesina in energia e ricercatezza, pur vivendo sulla pelle l’attrazione per il groove, la malia del ritmo tribale, l’eccitazione stessa di una musica spirituale e mai doma.

Non è un caso che affiori qua e là l’attitudine più bianca e “rock”, per non dire punk, ma è solo questione di approccio a una materia che resta irrimediabilmente nera, groovey, (poli)ritmicamente accesa e terribilmente sensuale. Della serie provate a rimanere fermi quando partono pezzi come Release!, We Are Enough o Kingdom Of Kush. Se ce la fate, iniziate a preoccuparvi: non siete umani.

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