Recensioni

7.1

Meshel ritorna a percorrere binari standard di un buon soul infuso di americanicità e di tradizione, territori consolidati di songwriting e di professionalità a servizio di un ascoltatore adult che non si aspetta troppe news, ma che resta sempre e comunque esigente. Veste bene quindi il guardaroba classico, senza strafare, proponendo le sue ballad ad un pubblico che spazia benissimo dal bohemien hipster newyorchese all’amante del chilling (ovviamente non elettronico) da camera.

La voce, che in molti punti ricorda la migliore Tracy Chapman mescolata ad un nonsoché Buckleyano, canta ballad intimiste con archi e pianoforte (Objects In Mirror Are Closer Than They Appear, Oysters), quadri pop (Chanche, Dirty World), cover più o meno note (Chelsea Hotel di Leonard Cohen e Don’t Take My Kindness For Weakness della band soul anni sessanta Soul Children) e pure tracce con influenze dark-wave (stupenda in questo senso Rapid Fire).

Prodotto da Joe Henry (Aimee Mann, Bettye Lavette, Solomon Burke, Ani DiFranco), il disco anche grazie alle comparsate di Chris Connelly (Ministry, Revolting Cocks) e Benji Hughes (collaboratore di Jeff Bridges) suona piacevolmente, producendo una sensazione di robustezza e di ‘canonizzazione’ che solo un personaggio del genere può costruire. Lasciate perdere le derive di protesta – in una recente intervista ha dichiarato infatti che “Per lungo tempo ero contro tutti. Ho combattuto molto e ora quei sentimenti sono passati. Ho le mie opinioni, ma non sono più fonte di conflitto con il resto del mondo” – si apre da qui la strada dell’Adult Oriented Soul per la signora del basso. Una piacevole certezza per una donna che non sta mai con le mani in mano. Ha prodotto infatti da poco delle tracce per l’astro nascente del pop Selah Sue e vorrebbe registrare un disco sia con Brian Eno che con Lee Scratch Perry. You can do it, Meshell.

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