• Mar
    23
    2018

Album

Dischord

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Per quelli della nostra generazione, qualsiasi riferimento o accenno alla parola magica Fugazi provoca più di un sussulto, sfiorando nei più sensibili il colpo al cuore e nei più deboli il colpo apoplettico. Ecco così che all’apparire di questa nuova sigla che accomuna non uno, bensì due membri della formazione in iato attualmente più attesa al passo del ritorno, non si può non fiondarvisi con tutte le aspettative del caso. In gioco ci sono in pratica la sezione ritmica della formazione di Washington, ovvero l’ormai quasi italiano d’adozione Joe Lally al basso e Brendan Canty alla batteria, in questa band supportati dalla chitarra, invero avventurosa, di Anthony Pirog, un passato tra jazz e formazioni sperimentali. Album interamente strumentale, orgogliosamente rivendicato come registrato in presa diretta e praticamente privo di interventi in post-produzione, Messthetics è considerato dalla band come una sorta di istantanea che cattura la dimensione più consona alla propria espressione, ovvero riuscire a liberare improvvisazioni e sovrastrutture che crescono e si stratificano partendo da determinate strutture prestabilite.

Se la carica è prevalentemente “rock”, l’impianto è latamente jazzy, così come le atmosfere sono ossessive, aggressive e tirate ma al tempo stesso anche più meditative, rilassate ed eteree, dimostrando che la capacità dei tre risiede nel non sbilanciarsi mai né su un versante, né sull’altro, mantenendosi invece in una equidistante terra di nessuno che diviene territorio comune su cui muoversi in ogni direzione. A canzoni nervose e cariche come l’opener Mythomania (costruita su quell’interplay ritmico e insieme groovey e minimale che mai ci si stancherà di ascoltare), Quantum Path (nevrotica e forsennata con un crescendo atomico che si apre verso panorami che sembrano quasi jazz-fusion) o la quasi post-hardcore Crowds And Powers che sfocia nel metal-truzzone, fanno eco panorami pacificati come nella sognante e distesa The Inner Ocean, i bozzetti naïf e appena accennati di Radiation Fog e Your Own World, la classicheggiante The Weaver o Once Upon A Time.

Ne esce un disco per forza di cose eterogeneo, quasi bipolare, che ha insieme molto e poco di fugaziano, e che trova referenti e ispirazione in un range di band e situazioni molto ampio, su cui per forza di cose la chitarra di Pirog ha il sopravvento (tagliata su un target che lega Nels Cline a Frisell, Sharrock a Branca); ma la sezione ritmica di Lally e Canty, che regge e sorregge il tutto, ha per chi scrive sempre quel retrogusto lì, a cui si accennava in apertura, che non può non farci apprezzare quest’album.

23 Marzo 2018
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