Recensioni

6.8

L’influenza che con sempre più insistenza sta esercitando la psichedelia sulle nuove generazioni e una geografia di suoni priva di riconoscibili coordinate che ha trovato in Perth il suo epicentro, stanno diventando sempre più una costante nel delineare nuove realtà che pescando a piene mani dal post-rock o dallo shogaze, e si lasciano cadere in un diluvio di riverberi, chitarrismi obliqui, sintetizzatori e ritmiche lisergiche. È il caso dei Tame Impala, come dei Pond o dei The Silents. Su tutti, l’ombra di Kid A e le relative influenze più anguste del catalogo Warp.

Jake Webb e il suo trio si inseriscono perfettamente in questo indirizzo, aggiungendo al psych-rock di cui sopra una spiccata devozione verso repentini e naturali cambi di tono. È solo uno dei tanti meriti dell’album di debutto dei Methyl Ethel, ma probabilmente anche il suo limite più grande. Musiche sbilenche, distorsioni e momenti di pausa rendono queste dodici tracce piacevolmente coinvolgenti senza tuttavia essere ancora in grado di marcare un forte segno distintivo della band. A tratti oscuro, per larga parte fumoso e sognante, Oh Inhuman Spectacle vira da un lato verso un dream-pop stralunato e crepuscolare, dall’altro verso un art-rock ambizioso e versatile, con una spiccata naturalezza e un pizzico di eccessiva frenesia che in definitiva lo fa suonare come la versione beta del suono effettivo della formazione. Ballate chillwave (la opening track Idée Fixe, Sweet Waste o il singolo Twilight Driving) forti di un’aurea seventies un po’ alcolica, un po’ kerouachiana, si chiudono volentieri in una solitudine austera che rifugge da tutto e tutti («we wanted to escape together but we didn’t know it»).

Drum beat fanno invece da tappeto all’intreccio di voci ed elettronica minimale nell’acidità soffocante degli episodi più sintetici, come To Swim e Depth Perception, mentre nella seconda metà della scaletta Obscura e Artificial Limb propongono una variazione sul genere tutta focalizzata su cambi di registro alla sei corde. Gli echi radioheadiani tornano prepotenti nell’androginia altera di Also Gesellschaft e soprattutto nella conclusiva Everything Is As It Should Be, che lascia piacevolmente soddisfatti.

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