• Set
    22
    2017

Album

Sub Pop

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Il Canada è un paese che dà soddisfazione ai musicofili: tra le entità più interessanti ed estrose sorte e giunte ad una (relativa o meno) notorietà nei primi anni dieci, alcune di queste provengono dall’acero biancorosso, chi più chi meno legato agli stilemi di un genere – i Preoccupations (ex-Viet Cong) o i Suuns con certo post-punk, o Jerusalem in My Heart con l’elettronica d’avanguardia – o di una scena di appartenenza – i BIG | BRAVE legati indissolubilmente a tutto il giro drone-experimental di scuola Southern Lord -, ma tutte comunque dotate di una propria, inscindibile e ben riconoscibile identità. Tra tutte queste formazioni che operano nel middleground, nella nuova classe operaia del rock globale, non possiamo non citare i METZ, una band che sin dall’esordio omonimo del 2012 gode della stima e della fiducia dell’etichetta più importante del vicino Pacific Northwest, nonché una tra le più importanti del pianeta, ovvero la celeberrima Sub Pop, forti dell’attitudine quadrata e solida e di una fanbase non oceanica, ma sicuramente affiatata e fedele, oltre che di un sound che tiene viva la fiammella del post-hardcore americano di scuola DIY carburato a veleni e pozioni tipiche di quella scena e dell’immaginario antagonista alle logiche di mercato di metà-fine novanta. Il tutto prendendo a piene mani tanto da formazioni quali Shellac, Jesus Lizard e Cherubs, quanto dalla tradizione del primo punk (che forse già era post-punk) dei Wire e dei Gun Club.

Il trio, formatosi ad Ottawa ma con sede a Toronto, è composto da tre individui piuttosto improbabili, se messi a confronto: Alex Edkins, chitarra e voce, è un occhialuto ragazzo sulla trentina, a prima vista una sorta di nerd, un supplente di matematica, tutt’altra specie rispetto al licantropo assetato di decibel e del sangue delle prime file in cui muta appena si pone di fronte al microfono; Hayden Menzies, alla batteria, è invece l’opposto: bell’aspetto, fisico tonico, tatuaggi ovunque, ha il physique du role di un James Dean moderno delle suburbs, e per quanto sia mite durante le interviste, dietro le pelli si trasforma nella matrice sonora della band – oltre ad essere anche una delle forze creative del trio, sia in fase di composizione e stesura dei brani, che dal punto di vista dell’immaginario, con le sue illustrazioni folli e surreali (un cocktail grottesco di satanismo/occultismo + gore + Looney Tunes) che colonizzano le liner note degli album e il merchandise della band; infine Chris Slorach, al basso, è forse quello dei tre che pare incastrarci meno, con quel suo mento alla Buzz Lightyear, le camicie a quadri di flanella da boscaiolo e l’aspetto di un rispettabile uomo di famiglia sulla mezza età, tira accettate pesantissime alle quattro corde e le fa vibrare come le funi di un porto in una notte di tempesta.

Dunque cosa succede se questi tre individui hitckcockiani s’imbattono in un personaggio come Steve Albini? Succede che, inevitabilmente, un cerchio si chiude: verosimilmente, la miglior band post-hardcore degli ultimi sette anni guidata dal vate assoluto del genere nell’alveare sotterraneo degli Electrical Audio di Chicago, produce quello che è il proprio manifesto d’intenti. Strange Peace è tutto questo, ed arriva dopo un album, il magnifico secondo lungo del 2015 (sempre su Sub Pop), con cui i METZ sembravano aver detto praticamente tutto quello che c’era da dire. E invece no. Albini ha il pregio di tirare fuori il “peggio” dalle band con cui lavora, creando un maelstrom sonoro se vogliamo ancor più caotico e dissonante (Drained Lake, Mr. Plague), affiatando l’interplay della band – che qui si produce in un vero e proprio tour de force e in cavalcate a rotta di collo piuttosto inedite, come l’opener Mess of Wires – e catturandone quasi sempre l’essenza in presa diretta (a volte pure one-take), soprattutto lavorando di sottrazione e aggiunta sulla dinamica in maniera minuziosa come solo i grandi maestri sanno fare. I tempi, i ritmi di questo album, sono un qualcosa di allucinante, qualcosa di effettivamente quasi mai sentito (o comunque accennato appena) nelle due prove precedenti: è quasi inquietante il modo in cui i brani tendono a “decelerare” man mano che ci si avvicina al cuore dell’album – l’essenziale claustrofobia di Caterpillar, basata su un solo arpeggio storto e ripetuto, in cui i Nostri non erano mai stati così iniqui e devianti, o il jump scare orrorifico di Lost in the Blank City, in cui sorge per un attimo tra lo stormo di distorsioni il suono very analogic di quello che pare un fax, o comunque una macchina molto datata – salvo poi riprendere quota, forma, volume, pesantezza, velocità, in un finale magnifico che è probabilmente la mazzata finale all’ascoltatore (il trittico Escalator Teeth – Dig a Hole – Raw Materials si incastra perfettamente, come una suite).

Con questo Strange Peace quindi i METZ assumono piena forma e consapevolezza di sé, suonando ancor più minacciosi rispetto agli esordi, ma è Steve Albini il vero demiurgo: il suo retaggio rimarrà in vita finché band come i canadesi continueranno a prosperare, e il segno tangibile di questo passaggio di consegna è Common Trash, un brano che vive di tutti i tòpoi del METZ-sound, ma al quale il produttore dona quei suoni puliti e in rovina al tempo stesso che caratterizzavano il suo mix “maledetto”, ahinoi rinnegato, di In Utero. Badate bene, la mitologia nirvaniana è quasi totalmente da escludere qui (e nei METZ in generale) ma i canadesi sono in tre, come detto sono su Sub Pop, e conservano quel fuoco di cui sopra; non venderanno milioni di copie, ma forse potranno fare la fortuna di chi cerca ancora un po’ quella angst provinciale che echeggiava tra le monotone zone residenziali di Aberdeen.

22 Settembre 2017
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