• Apr
    01
    2008

Album

Sony Music Entertainment

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Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser sono giovani, carini e vengono da Brooklyn. A vederli, sembrano i cuginetti oltreoceanici di Patrick Wolf; un duo molto indie e molto cool che strizza volentieri l’occhio agli ’80 con un’attitudine spiccatamente camp, figli legittimi dell’era My Space – vent’anni fa, probabilmente, sarebbero stati una coppia synth pop, quindi non sorprende che gli Of Montreal li abbiano presi sotto la loro ala. Si fanno chiamare MGMT – sta per management– e, anche se da noi non sono ancora ufficialmente approdati, hanno già fatto sfaceli in patria (complice un entusiasta Pitchfork) e in UK, dove il loro debutto, atteso dal 2005 (anno d’uscita dell’EP Time To Pretend, che è bastato per farli firmare con una major tramite Steve Lillywhite, addirittura), sta andando più che bene nelle charts. Insomma, i due sono quello che si chiama un fenomeno.

Andando a fondo c’è poco da essere diffidenti, perché la sostanza di Oracular Spectacular, architettato e costruito ad hoc da Sua Eccellenza Dave Fridmann, è tutt’altro che effimera. Artificiosi e naturali insieme, (ri)vivono l’estetica glamour di vent’anni fa con uno spleen che però è tutto della loro età, rivestendo le loro angosce da giovani Werther in calzamaglia e lustrini di una patina ruffiana e catchy, ma allo stesso tempo profonda. Li diresti prossimi a Klaxons e affini (vedi 4th Dimensional Transition), quando le loro canzoni invece hanno tutt’altro spessore. Prendiamo Time To Pretend, l’anthem d’apertura che dà il tono a tutto il disco: fra coretti adolescenziali, battimani e riff di synth esplora il mito del “livefast, die young”, per rivelarne poi tutta l’amarezza e malinconia.

E’ su questo sottile equilibrio tra divertimento e tragedia che si giocano buona parte degli episodi, dagli inni generazionali Youth a Kids passando per Weekend Wars(un giovane Jagger trapiantato nei Grandaddy); l’uomo in sala di regia garantisce compattezza sonora ed effetti speciali assortiti, come nella giostra in technicolor d’inevitabile marca Flaming Lips di Pieces Of What, o nella coda psych prog di Of Moons, Birds & Monsters. Il tutto conservando un appeal immancabilmente ed eccessivamente pop, fra un’occhiata ai Depeche Mode e una agli Chic (Electric Feel), senza tralasciare la lezione del Bowie più intimo che ci sia, quello di Hunky Dory (The Handshake). Personalità, una visione coerente e canzoni che colpiscono nel segno; il massimo che si possa chiedere a un album d’esordio. Anche se non siete più ragazzini.

4 Aprile 2008
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