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Può un campione dello sport essere patrimonio di tutti anche se in carriera ha vestito una sola maglia, quella della squadra della sua città? Sì, se il campione in questione è Francesco Totti, mitico 10 della Roma che tre anni fa, dopo un quarto di secolo di carriera da professionista, ha appeso le scarpette al chiodo ma che, fosse stato per lui, l’ultima martellata a quel chiodo l’avrebbe data più tardi.

C’è un punto nella carriera di molti campioni del calcio in cui il rispetto nei loro confronti diventa trasversale. Un momento in cui i tifosi avversari smettono di fischiare e iniziano ad applaudire, e in tutti gli stadi risuona un’unica sinfonia: gli oh d’ammirazione. Solitamente, quel momento arriva quando il campione supera una certa età che potremmo individuare nei trentacinque anni, o giù di lì, quell’età in cui diventa “vecchio” e all’improvviso, senza un motivo preciso, da nemico diventa icona, modello, rimpianto per chi non l’ha avuto dalla propria parte.

È successo a Baggio, Maldini, Del Piero e perfino a Quagliarella. Quindi non poteva non succedere a Totti, che da simbolo della Roma, ma soprattutto di quella romanità tanto detestata specialmente al Nord, è diventato un monumento nazionale. Tutti hanno pianto il giorno che l’Olimpico gli tributò l’estremo saluto da calciatore dopo la sua ultima apparizione in maglia giallorossa, e da professionista. E il docufilm diretto da Alex Infascelli e presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, parte proprio da quel giorno, il 28 maggio 2017, anzi dalla sera prima, con il fuoriclasse di Porta Metronia in piedi in uno stadio Olimpico vuoto e buio, e i led dei cartelloni pubblicitari sullo sfondo che gli s’illuminano alle spalle (chiaramente la ripresa ha come oggetto il Totti di oggi).

Peccato però che, a parte qualche azzeccata trovata registica come quella appena descritta, il progetto non abbia tenuto fede alle attese. Se avete letto Un capitano, la biografia del fantasista uscita due anni fa, non scomodatevi: Mi chiamo Francesco Totti altro non è che la trasposizione su pellicola del suddetto volume. Ma una trasposizione lasca, sfilacciata. Onestamente, ci si aspettava di più. In pratica, si assiste al riassunto del libro narrato dalla voce del protagonista, ma un riassunto con troppi buchi e che approfondisce solo alcuni aspetti. Per dire, non si parla mai di Nazionale, Mondiale 2006 a parte, e quindi non c’è il minimo accenno all’Europeo che lui praticamente ci aveva fatto vincere da solo; così come non si parla del suo rapporto con Capello, Ranieri e gli innumerevoli compagni avuti sia alla Roma che in azzurro. Insomma, solo brandelli di carriera, e sul piano della scrittura si poteva fare meglio perché non c’è collante, non c’è epicità. Un’occasione sprecata, e ovviamente non per colpa di Totti. Un film ingiustamente incensato, verrebbe da dire. Troppo poco documentaristico per essere un documentario e troppo poco romanzato per essere un biopic. Alla fine, a commuovere sono come sempre le strazianti immagini della festa d’addio, così, nude e crude come le abbiamo sempre viste. E al netto dei simpatici filmatini amatoriali relativi all’infanzia e alla vita privata, tanto vale leggersi il libro.

Il nastro si riavvolge («manna ‘n po’ indietro», è il refrain di Francesco nel lungometraggio) a partire dal Totti bambino che tira i primi calci a un pallone su una spiaggia del litorale romano, per passare poi agli anni nelle giovanili della Lodigiani (chissà perché non si accenna nemmeno al triennio speso tra Fortitudo e Smit Trastevere) di quel talentino in erba che già faceva parlare di sé. Roma e Lazio gli misero gli occhi addosso, «ma se i miei mi avessero mandato alla Lazio, non gli avrei più rivolto la parola», scherza l’ex Capitano nel documentario. E poi la Primavera della Roma, l’esordio in prima squadra in quella fatidica trasferta di Brescia del 28 marzo 1993, allenatore Boskov, il primo gol in giallorosso in quell’altrettanto fatidico Roma-Foggia del 4 settembre 1994; e poi ancora gli anni di Mazzone allenatore, i pochi mesi in panchina dell’argentino Carlos Bianchi, l’entrenador che di Totti voleva disfarsi, il biennio di Zeman, colui che ne plasmò il fisico, e poi l’era Capello, il coach del terzo scudetto romanista, nel 2001, seguito da festeggiamenti infiniti nella Capitale. Nel film, Totti parla anche del suo amico ed ex compagno Antonio Cassano, del primo Spalletti, dell’infortunio che quasi gli costò il Mondiale poi vinto a Berlino grazie anche al suo rigore contro l’Australia negli ottavi. E poi dell’immediato post Calciopoli, con la Roma eterna seconda dietro all’Inter che, senza la Juve a guastargli la festa, finalmente riusciva a vincere; e infine del secondo Spalletti, divenuto inspiegabilmente nemico giurato del Nostro.

Un film per gli amanti del calcio? Non solo. Ma proprio in virtù dell’uditorio allargato si poteva e si doveva fare di più. È la storia di Totti, ma è anche la storia di tutti. Perché, parafrasando il pensiero dell’indimenticabile campione espresso anche nel trailer, ‘sto tempo è passato. Pure pe’ noi però.

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