Recensioni

Nel presente delle possibilità e coronando il secondo capitolo di una personalissima saga, il ventenne texano, con alle spalle una tournée che ha visto centinaia di vite struggersi e cantare a squarcia gola i propri drammi adolescenziali, sceglie la via del cambiamento.
Difficile contenerlo. Nuovo album, nuova ragione sociale. Micah P. Hinson And The Opera Circuit è una voce unica che cavalca varie esperienze e direzioni, un timbro potente che si vuole adulto e eterno. Niente di meglio che il viatico tra l’interpretazione e l’autobiografia per dichiararlo al mondo. È il crooning elvisiano dall’iniziale Seem Almost Impossibile il ponte ideale tra l’indimenticabile esordio e terre ampie e ariose. Lande per pionieri impavidi, di quelli che queste cose non soltanto le vedono ancora, non solo le credono possibili. Sono vere.
Frontiere dell’anima, rurali e sanguigne, di pani e terra, ballad del Sud cavate alla polvere e al sole. La pastiera chamber pop delle confidenze con la quale il Nostro eccelleva e eccelle ancora; in mezzo le peculiarità, gli avvitamenti attorno alla tradizione: marcette franco-balcaniche in levare (Diggin A Grave), spruzzate Dixieland (Letter To Huntsville), sapori messicani, fiati da banda di paese (Jackeyed), esperimenti sinfonici pasticcioni (You’re Only Lonely non perfettamente a fuoco) e persino incursioni concrete (il finale di Don’t Leave Me Now).
Non manca nulla e basterebbe questo, ma l’esagerazione è la canzone che già tutti cantano: It’s Been So Long delle meraviglie, ballata ariosa, vaudeville delicato tra fiati e serenate texmex e, poche ciancie, quel vocione che trascina tutti verso una meta di dolore, tramonto, conforto. C’è pure l’assolo di chitarra strappa lacrime per i rockettari in ultima fila. È lo smarcamento, la classe, di un cantautore tra i più potenti in circolazione.
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