Recensioni

Autobots e Decepticons hanno fatto della Terra il teatro di una battaglia all’ultimo bullone che ricorda gli scontri nel fango tra auto tanto in voga in alcune fiere americane e teutoniche. O meglio potremmo dire che, visto il gusto quasi autolesionistico che questi caleidoscopici robot provano nel darsele di santa ragione, il metro di paragone più azzeccato sarebbe quello del crashtest o dell’autoscontro da festa rionale. I personaggi robotici, differentemente dal primo capitolo, si ritagliano un ruolo decisamente più importante. Nonostante gli incentivi sulla rottamazione e le rigide norme in materia di immigrazione avallate dalle ultime amministrazioni americane, dopo il messaggio interstellare lanciato da Optimus Prime e soci alla fine del primo capitolo, i robot si sono moltiplicati. Anzi, lavorano per una fantomatica organizzazione al servizio del governo. Ecco, qui si ferma l’aspetto politico della pellicola, il resto sarebbero forzature. Come collegare il finale egiziano alla guerra in Iraq e Afghanistan , il Devastator – gigantesco robot formato dall’unione di più Decepticon – alla minaccia delle cooperative sovietiche, o parlare di teoria di complotto o del fallimento dell’intelligenza artificiale che sorveglia il mondo come lo spettro di quella fallace che non è riuscita a prevenire gli attentati dell’undici settembre.
Michael Bay costruisce una Matrix meno filosofica e più vicina alla mentalità del Superbowl già usata in alcune battaglie dal Ridley Scott de Il gladiatore e vi aggiunge quella miscela di testosterone, machismo e patriottismo che fanno di lui un esperto in materia di blockbuster estivi. Insomma quelli che la famiglia tipo del South Dakota può rivedere il 4 luglio davanti ad una grigliata di carne, birra e salamelle pomeridiane. L’impronta del primo episodio è amplificata: per prima cosa la durata (quasi tre ore), il montaggio serrato, ralenti che non aspettano altro che divenire oggetto di culto, per pochi, e di parodia per i rimanenti, punti di vista così improbabili che se utilizzati nel porno potrebbero aprire nuove frontiere del voyeurismo. Indubbiamente il livello qualitativo raggiunto dalla ILM (Industrial Light & Magic) di Lucas e dalla Digital Domain è altissimo, i movimenti sono di una fluidità mai vista al cinema, le trasformazioni tanto credibili quanto compiaciute e fini a se stesse, ma questo non riesce a supplire una carenza disarmante sul fronte della sceneggiatura. Non me ne vogliano Ehren Kruger, Roberto Orci e Alex Kurtzman. Ho sempre immaginato le riunioni di ideazione di Bay e collaboratori come: «Allora ragazzi ho una storia pazzesca tra le mani. Immaginatevi questa figa galattica…», «Wow, e poi?» «Delle esplosioni da tutte le parti, gente in panico, i nostri ragazzi dei marines, missili, dei meteoriti, bum, fine!»
Le scene di battaglia occupano circa l’80% della pellicola, la sola scena finale un’esasperante ultima ora, e gli scontri sono all’ordine del giorno in un’azione che immaginariamente dovrebbe compiersi in 48 ore ma che ha più tramonti di un film mélo. Dall’apertura sorprendente a Shangai al duello nella foresta tra Optimus Prime e tre Decepticons, citazione ovvia dello scontro tra King Kong e il tirannosauro, il film procede con il classico stile sincopato ricco di inquadrature in movimento degne del miglior videoclip – fosco quanto patinato passato del regista – fino ad un finale misticheggiante. È lì che si capisce che questa volta Bay si prende sul serio. E sbaglia. Certo non siamo ai livelli quasi imbarazzanti di Terminator Salvation di McG, ma poco ci manca. Non bastano le gag comiche dei Gemelli, déjà vu Reloaded (Andy e Larry Wachowski, 2003), e di alcuni personaggi macchietta come Leo (Ramon Rodriguez), compagno di stanza del college di un Sam Witwicky (Shia LaBouf) ormai abituatosi all’idea di salvare il mondo e di avere una ragazza (Megan Fox) con la piega perfetta anche nel bel mezzo di un apocalisse da officina meccanica. La routine è una brutta cosa. LaBouf sembra essere il primo a non essere convinto del suo personaggio. Se Peter Parker dopo il morso di un ragno radioattivo diventa Spiderman, lui dopo il contatto con la versione 2.0 del cubo di Rubik si trasforma in un improbabile John McClain. Megan Fox, oltre a inumidire le labbra e a correre come una nevrastenica in menopausa, si candida a pieni voti per la nomination di personaggio più inutile all’interno della storia del cinema, confermando la teoria che vede Bay bravissimo a patinare le sue attrici – vedi Liv Tyler in Armageddon (1998) o Kate Beckinsale in Pearl Harbor (2001) – ma meno nel dar loro spessore. Nemmeno l’istrionico John Turturro può cambiare le sorti del film, abbassando alcune pretese. L’unica cosa ad abbassarsi – oltre alle palpebre e ad altro in alcune sequenze – è il target cui il film fa riferimento. Eliminate le velleità filosofiche sul rapporto uomo e tecnologia, restano le lamiere, restano i Transformers. Se torture e violenze fossero perpetrate ad un corpo umano immaginatevi il putiferio che potrebbe nascere. Ma se ad essere dilaniati, squartati fino a sanguinare (incredibile ma vero) sono delle lamiere, il problema non persiste. Dopo Tokio Gore, ecco la versione made in Detroit e mamma Hasbro ringrazia. Non a caso poi tra i partner promozionali doveva esserci la General Motors, alla fine impossibilitata dalla crisi. Ma dal film avrebbe ricevuto un bello spottone, roba di macchine che cadono dal cielo, sfondano palazzi, ma i cui passeggeri si salvano grazie agli airbag. E non stiamo parlando di Hammer.
L’idea finale è che il regista si sia lasciato un po’ prendere la mano dalla citazioni, dalle autocitazioni (da Bad Boys II ad Armageddon), dalla ridondanza quasi barocca del suo stile eccessivo. Ma finché a farlo è Bay poco importa. La cosa sorprendete è che uno come Steven Spielberg, produttore della pellicola e da sempre intelligente dosatore di alcuni elementi, non sia riuscito a sottrargli le casse di Red Bull. Ne esce un film compiaciuto in cui la vera sconfitta è una trama ricca di spunti potenziali nemmeno sfruttati come il personaggio di Jetfire o come quella del Caduto, la cui mitologia si ferma al titolo per poi esser liquidata in meno di cinque minuti. Per il resto sarà sicuramente candidato a qualche Oscar. God bless America.
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