Recensioni

Un omaggio al pianista jazz afroamericanoFats Waller, presente anche nella colonna sonora, per un viaggio nella memoria collettiva rappresentata dal cinema. La denuncia della progressiva scomparsa dei piccoli videonoleggi a favore delle grosse catene commerciali e l’approppriazione da parte della gente comune del cinema hollywoodiano sono tra i temi dell’ultimo film di Michel Gondry.
Il pretesto è rappresentato dalla rocambolesca smagnetizzazione di una videoteca da parte di un maldestro Jack Black, che porta lui e l’amico Mos Def, commesso del videonoleggio in questione, a dover forzatamente girare, alla loro maniera, mini video amatoriali lo-fi alla Ed Wood per rimpiazzare le videocassette danneggiate.
C’è la satira su Hollywood e i blockbuster (il low budget contro la logica industriale e seriale, la vhs contro il dvd), l’amore per certo cinema Ottanta ma non solo, daGhostbusters in giù, rivisto in modo ancor più surreale degli originali, scomposto e trattato come ci si potrebbe immaginare secondo l’universo di Gondry. La storia (anche questa volta da lui sceneggiata dopo l’affrancamento da Charlie Kaufman) è al solito un esile pretesto, come già del resto nel precedente L’arte del sogno, per sviluppare le sue trame. Qui il tema non è l’amore ma l’amicizia (tra i due protagonisti), i sentimenti familiari (tra il commesso del negozio e il suo capo, Danny Glover, che lo considera un figlio) e comunitari (la coalizione della gente del quartiere alla notizia della demolizione dello stabile in cui il negozio si trova e la difesa dei video girati), insieme al legame popolare con il cinema ad essere al centro della storia. La magia del mezzo che appartiene a tutti, il voler credere, come gli abitanti del quartiere del piccolo centro newyorkese, nelle illusioni prodotte dal cinema. E l’omaggio a Waller, di cui si sta girando un documentario, è in realtà un’altra illusione, come si scoprirà nel finale, in quanto il musicista non era mai vissuto da quelle parti.
La storia cambia registro più volte, dal comico al farsesco al dramma, celebrando in ultima analisi la libertà espressiva individuale e collettiva, nonostante Hollywood, in sottofinale, costringa i Nostri a recedere dai remake in nome del diritto d’autore. Si ribadisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il potere dell’immaginazione e della forza creativa (temi assai cari al regista francese), e dell’artigianalità della creazione, quindi della fantasia. Con tanti sottotemi citazionisti da film nel film, dalla presenza della stessa “ghostbuster” Sigourney Weaver camuffata da cattiva ai numerosi richiami dei remake, fino all’autoparodia del film stesso fatta dal regista in uno dei tanti trailer della pellicola (per cui è stato creato un sito apposito – http://www.bekindmovie.com/ – in cui sono presenti anche tutti i mini-rifacimenti). Film a più livelli quindi, che riconferma la poetica di Gondry e la saldezza di un meccanismo narrativo ben girato e diretto.
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