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Hollywood, 1927, George Valentin, star acclamata e riverita dalla massa dei numerosi moviegoers, s’imbatte in Peppy Miller, una briosa groupie che spera di vedere, un giorno, il suo nome stampato a grandi lettere sui cartelloni. La ragazza sa bene come funziona la comunicazione e si fa fotografare fuori dal cinematografo con Valentin. Subito Peppy dà prova del suo talento come ballerina, riesce a farsi inserire nel cast dell’ultimo film di Valentin – dimostrando, in una delle scene migliori sul potere illusorio dell’immagine, l’amore che prova per lui – fa carriera e diventa una star. Per lui, invece, incapace di reagire all’avvento del sonoro, inizia una fase di decadenza, aggravata dalla crisi economica del 1929. Destini incrociati con un sonoro lieto fine.

Presentato in concorso al Festival di Cannes, The Artist è stato definito film calligrafico, che ‘sta all’epoca d’oro hollywoodiana come il rococò sta al barocco: una deformazione molto seducente ma anche smitizzata’; è stato definito ‘lezioso’, ‘sofisticato’, un film ‘che brilla per il suo innegabile virtuosismo’, Joachim Lepastier su “Cahiers du cinéma”, ottobre 2011, ‘arte di confezione’: è certamente tutto vero e forse la sua eleganza è solo un’immagine di facciata per un film che sbaglieremmo a prendere troppo sul serio. Sarebbe più corretto pensarlo come una farsa o un gag in cui gli attori si divertono ad interpretare attori che mostrano di recitare (e recitano) il muto ed un regista che – nello stesso spirito compiaciuto degl’interpreti – (ri)gira un film come se da quell’epoca non fosse cambiato niente: i titoli di testa e di coda, il bianco e nero, il formato 1,33:1 (4/3), l’assenza di sonoro, la musica di Bource, le sequenze di montaggio, come quella, bellissima, che indica il passaggio del tempo durante la lavorazione di Tears of Love, il film muto che Valentin sta dirigendo. Ma anche i costumi, l’ambientazione straordinaria e azzeccatissima, il look dei protagonisti, primo fra tutti lo stesso Valentin – il cui nome è ovviamente un chiaro omaggio a Rodolfo Valentino – con i suoi baffetti, più Douglas Fairbanks che Errol Flynn, il sorriso, il portamento. Tutto, davvero tutto, in pieno stile anni Venti, generi compresi: un po’ slapstick, un po’ cappa e spada, qualche punta di musical, avventura e un rigorosamente allusivo romanticismo.

Si tratta, allora, di un film che solo per gioco, per partito preso, ha deciso di rifare il muto, cioè di non parlare? Da un certo punto di vista sì: Valentin – perfetto alter ego del regista Michel Hazanavicius – ha deciso di vivere e creare un mondo chiuso, una bolla dove rumori, suoni e parole non siano contemplabili, un film ‘sordo’ e impermeabile a qualunque cambiamento. Non è un caso che una minima traccia sonora, che interrompe la musica di Ludovic Bource, sia introdotta proprio durante la scena del sogno in cui Valentin concepisce il rumore alla stregua di un incubo insopportabile. È un primo segnale d’apertura che mette, però, lo spettatore fuori strada: il film non passerà mai al sonoro se non nell’ultima scena musicale. È quindi il tema dell’amore romantico la scintilla che apre al mondo sonoro? Questo mi sembra il punto più debole del film (perché aprirsi, poi?). Sono, invece, i momenti di silenzio quelli più carichi di pathos tragico quando, verso la fine del film, Valentin e Peppy si incontrano di nuovo: momenti preparati dalla musica di Bource che omaggia, qui, lo straordinario tema di Bernard Herrmann per la scena d’amore in Vertigo di Alfred Hitchcock. A questo proposito, l’uso della didascalia onomatopeica “Bang!” riferita ad un’immagine diversa da ciò che si aspetterebbe, per quanto divertente, stona poiché spezza una tensione a quel punto incontrovertibile. In sostanza, è come se lo stesso Hazanavicius avesse timore di essere preso troppo sul serio – visti anche i film precedenti – e cercasse di stemperare quella parte troppo autarchica e citazionista di The Artist.

Eppure io credo che al di sotto della patina formale perfetta ci sia anche una ragion d’essere. Sì certo, il carattere effimero dello spettacolo in epoca di crisi – tema decisamente attuale – ma anche il valore di una scelta fuori dal coro. Perché conformarsi alla cacofonia delle immagini contemporanee? Perché non provare a riscoprire la semplicità dell’intrattenimento attraverso un processo di sottrazione? Cercare il limite come una strategia di produzione creativa? Un esempio? Il cagnolino Uggie che si esibisce per il pubblico come ai tempi del vaudeville. Le scene mute che costituiscono lo spezzone di un film abbandonato o imperfetto (quello che Valentin e Peppy hanno girato insieme). Ciò che di nostalgico, commovente o divertente ha sempre avuto il cinema. A rischio di essere trattati da estinti, scomparsi, dileguati cinéphiles.

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