Recensioni

6.8

Cantautorato indie post-anni Zero, quindi un grado (quasi) zero di pancia e nervi che ti arrivano al cervello per dare la scossa alla matassa di neuroni generazionali anestetizzati. Non chiamatelo impegno, ma il bisogno impellente di dare voce allo sconcerto per una prassi sociale dalle molte, troppe sfaccettature tragicomiche. Sferzate che possono assumere la forma del lirismo sloganistico à la Vasco Brondi o del sarcasmo urticante tipo I Cani, con tutto ciò che ti ritrovi nel mezzo, dai laconici quadretti di Dimartino alla disamina umorale dei Numero 6 passando dal cinismo outsider de Lo Stato Sociale. Ecco, appunto, dal mazzo spunta anche Michele Maraglino, classe ’84 da Perugia, fondatore de La Fame Dischi, un ep d’esordio targato 2011 (Vogliono solo che ti diverti) e finalmente questo debutto su lunga distanza che ne conferma l’attitudine per la calligrafia diretta, nessun volo pindarico ma congetture essenziali che arrivano al punto senza tappe intermedie.

Una triangolazione basale di testi, melodia e arrangiamenti (chitarre, basso, batteria) che non inventa nulla se non il senso di urgenza hic et nunc, quello che ti fa ascoltare canzoni come L’aperitivo, Taranto o Verranno a dirti che c’è un muro sopra come reportage dal cuore stesso del disagio. Canzoni che sembrano circostanze sul punto di accaderti, o appena accadute, comunque fatti che ti riguardano da vicino, empatia innescata più dall’approccio ad altezza marciapiede – un po’ busker e un po’ punk da cameretta – di Maraglino che non dall’efficacia delle pur apprezzabili intuizioni (c’è arguzia da vendere nel ritornello di Umida, mentre l’innodia di Vita mediocre e Vienimi a cercare è meno facilona di quel che può sembrare).

Manca appunto la ricchezza delle tappe intermedie, la capacità di avventurarsi e svariare nei contesti, l’ispessimento e la problematicità del punto di vista, l’additivo di astrazioni e visioni, tutto ciò insomma che possa conferire alla cronaca emotiva dimensione “poetica”, come invece fa ad esempio benissimo un Paolo Zanardi. Tuttavia, come accennavamo in apertura, più che di mancanza dovremmo parlare di necessità storica, fors’anche di una ben ponderata scelta espressiva. Quanto fruttuosa oltre la contingenza, lo scopriremo ovviamente solo vivendo.

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