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Arcana torna alle origini: aveva cominciato negli anni Settanta coi libri di Bertoncelli su Zappa e ora su Zappa ci torna con l’ennesimo volume della collana TXT, di cui abbiamo già avuto modo di avere sotto mano i volumi degli amici Padalino e Puglia rispettivamente dedicati a Beatles e Depeche Mode.

Come già altri artisti presenti nella collana, Frank Zappa non è certo ricordato dalla vulgata come uno dei poeti del rock, e l’operazione acquista un certo interesse proprio per questo motivo. Zappa stesso dichiarava che i testi delle sue canzoni erano parole pensate semplicemente per seguire il filo della musica, vero cuore pulsante della sua opera, messe lì solo perché ai ragazzini americani la roba strumentale non andava giù tanto bene. Ma cosa c’è allora nei “non-importanti” testi zappiani? Lo psicoterapeuta di professione Michele Pizzi sposa la tesi del biografo Neil Slaven: FZ Don Chisciotte elettrico, alfiere della libertà d’espressione e sbeffeggiatore dei lati ridicoli di ogni forma di establishment.

Accanto quindi al non-sense puro, alle parolacce messe dentro a iosa to put a lil garlic into yer lyrics, accanto all’esplorazione della (a)varia umanità e soprattutto del sesso demenziale e grottesco da questa praticato (“antropologia amatoriale”, la chiamava Zappa), accanto insomma a quella vena surreal-sessual-sarcastica così perfettamente tradotta nell’idioma e nei modi italici – vexata quaestio – dagli Elio e le Storie Tese, c’è tutto lo Zappa politically committed. Ma occhio, il committment zappiano è 0% ideologia, 0% poesia e 100% pragmatismo: è prendere per il culo le persone nome & cognome, non fare proclami qualunquisti contro la classe politica o “la società” (per quanto pure, a inizio carriera, FZ avesse rischiato di brutto di passare per qualunquista “contro”, con testi acidamente spernacchianti a 360 gradi come Plastic People; e non mancherà anche dopo, con cose come The Slime). Per dire, mentre c’era Nixon presidente, FZ girava gli States con un brano superfunky chiamato Dickie’s Such An Asshole (pubblicato invero su disco solo anni e anni dopo). Ecco, a ben vedere, anche questo lato politico, o meglio, questo modo di intendere la prassi musicale in senso politico, checché se ne dica, è stato preso in carico dagli Elio, che non vanno in giro a dire “l’ingiustizia è ingiusta”, ma piuttosto “han distrutto il bosco di Gioia / questi grandissimi figli di troia” (Parco Sempione).

In ogni caso, tornando a noi, maneggiare i testi di Zappa alla ricerca dell’heavy meaning o della perla poetica (per quanto pure non manchino esempi di lirismo zappiano) può essere un’operazione che lascia a mani belle vuote e infatti l’autore finisce coll’esporre non tanto il senso ultimo delle liriche, quanto i loro materiali primi, ricostruendo quindi quel vero e proprio micro-cosmo autonomo che sono l’immaginario e il linguaggio zappiano: la vita di provincia della suburbia americana filtrata dagli occhi di un teenager, la vita on the road filtrata da quelli di rockstar pigs & repugnant, la parodia degli hippies e degli yuppies e dei loro differenti e complementari modi di sballarsi. I testi vengono così smontati, vivisezionati, investigati, passati ai raggi Z: Pizzi ne ricostruisce contesti strutturali ed estemporanei, mette in luce retroscena, referenti, riferimenti e citazioni letterali (per dire, Lenny Bruce in Harry You’re A Beast, da We’re Only In It For The Money, 1968) che hanno ispirato o contribuito in qualche modo alle liriche zappiane, servendosi anche di preziose testimonianze come interviste tratte da riviste d’epoca.

E’ un labirito di figure e figurine, un caleidoscopio di slapstick linguistici (l’uso del tedesco; i giochi di parole; lo slang, da quello studentesco a quello afro-americano), come lo è del resto il lussureggiante e sempre ermeneuticamente produttivo mondo zappiano tout court. La scelta della selezione di brani trattati è ovviamente opinabile (ma applausi per l’inserimento del capolavoro Greggery Peccary e per l’approccio all’opera monstre Thing-Fish): semplicemente perché di Zappa ce n’è sempre troppo e mai abbastanza.

7 novembre 2011
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