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7.2

Scorrendo una delle varie antologie di Serge Gainsbourg, a un certo punto ci si imbatte in una sequenza che comprende Rock Around The Bunker, la cui intro col piano percosso a seguire la batteria si ritrova in tanti pezzi del primo Nick Cave, e poi Je Suis Venu Te Dire Que Je M’En Vais, il cui testo è accompagnato da una voce che singhiozza analoga a quella che si sente in The Kindness Of Strangers dello stesso Cave nel best seller Murder Ballads.

L’anno prima Mick Harvey, che con Cave ha lavorato per due decenni, aveva pubblicato Intoxicated Man, il primo dei suoi due dischi dedicati al grande autore francese, rivelando così un rapporto di assonanze musicali che i toni della poetica dell’australiano, decisamente meno misurati rispetto a quelli pur spesso bizzarri dell’autore di Je t’aime…, avevano messo in ombra. Ma il senso dell’operazione non era rivelare come dietro al prezioso lavoro di arrangiatore e musicista di Harvey ci fosse qualcos’altro oltre al folk oscuro, al blues disperato e alla new wave più fragorosa, e nemmeno si trattava semplicemente di celebrare un amore con un tributo. Il disco infatti affrontava implicitamente la questione della poca disponibilità del pubblico anglosassone ad ascoltare chi cantava in un’altra lingua (e una certa sfiducia nei francesi come autori pop/rock), portando Harvey alla decisione di tradurre quelle canzoni per diffonderle come meritavano.

Operazione tutt’altro che facile, visto che la poetica dell’autore era quella del gioco, del distacco, dei trucchi verbali, di un’espressione del sentimento filtrata sempre attraverso i virtuosismi linguistici e i riferimenti pop. Per di più, il buon Serge aveva l’abitudine di scriverli all’ultimo momento, in nave mentre andava a Londra a registrare i suoi album, e la fretta lo faceva sentire autorizzato a buttare dentro le canzoni qualsiasi idea gli passasse per la mente: Harvey infatti premette nelle note del disco che molte rime e finezze sono andate per forza di cose perdute (vedi le arguzie di L’anamour, perdute nella Non-affair di Pink Elephants), e “for this I make no apology”.

Quel disco pone anche un altro paio di questioni. La prima è la varietà stilistica del buon Serge, sempre disposto ad esplorare strade nuove (dagli inizi chansonnier, al jazz, al periodo “percussion”, al funky con gli archi, fino i due dischi reggae registrati in Gamaica a fine ’70 e quelli funky-rap newyorchese degli anni ’80), varietà verso cui Harvey mostra chiaramente le sue preferenze. Se infatti era difficile immaginarsi Initials B.B. o Bonnie and Clyde senza quell’incedere ritmico e quegli archi che svolazzano incalzanti, in generale l’ex-Bad Seed lascia più o meno intatti gli arrangiamenti originali dei pezzi più classici (dalla title track a Ford Mustang e altre), definendo un suo approccio semmai in un suono tra un Cave senza frenesie e ansie e dei Calexico che ogni tanto jazzano; interviene invece su quelli dal periodo reggae in poi, regalando leggiadria da ninna nanna dream pop al carillon a Overseas Telegram, originariamente spedita da Kingston, ma anche a Lemon Incest, spogliata della maniera synth-funk ’80s-deteriori che caratterizzava l’originale.

L’altra questione è quella che riguarda la difficoltà di stabilire compiutamente una “discografia di S.G.”, vista la pratica consueta di scrivere arrangiare e produrre canzoni e dischi interi per altri, in particolare donne, dalla compagna Jane Birkin, a Bambou, alla celebre, appunto, Brigitte Bardot: la ripresa di Harley Davidson fa riferimento alla versione incisa da B.B., cui era destinata in origine, visto che l’unica discograficamente a nome Gainsbourg è la versione reggae del live del 1980. Qui e negli altri brani con voce femminile, Harvey si affida ad Anita Lane, da sempre nel giro Cave – Harvey (che le ha anche prodotto i due dischi da sola), e che proprio insieme a Nick si cimenterà in un duetto per Je T’aime Moi Non Plus, la più famosa delle originali ma non la più riuscita tra queste cover (i due non si avvicinano nemmeno un po’ alla tensione erotica di Serge e Jane, limitandosi a giocarci).

Quest’ultima faceva parte di un gruppo di canzoni avanzate dal disco e finite come b-side sue o della Lane: due anni dopo, Harvey le recupera unendole a quei pezzi rimasti incompleti di cui parlava nel booklet di Intoxicated Man, brani che completa da solo senza gli archi di Burgalat che avevano impreziosito il primo disco, mettendo così insieme un secondo volume che, contrariamente al modo in cui è stato assemblato, non risulta neanche raffazzonato: semplicemente chiude il discorso, tra le bellezze, ad esempio, di una The Ticket Puncher (Le poinçonneur de lilas) di cui mantiene il piglio (e non era facile) e qualche piccola caduta, vedi una Comic strip banalizzata dalla sostituzione delle onomatopee cantate da B.B. con effetti sonori veri.

Per cui, vista la natura dei dischi come capitoli di un unico discorso, la ristampa in doppio era doverosa.

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