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7.5

Dopo il clamore suscitato da un piccolo concerto tenuto da Phil Elverum come Microphones nell’estate del 2019, il cantautore, a 17 anni dall’album Mount Eerie, rispolvera l’iconico moniker per il suo nuovo lavoro solista, confermando sia la solida voglia di ricerca, nonché i fondamentali di sempre: la capacità di raccontare storie personali con una schiettezza brutale e, ovviamente, l’ottima matrice indie-folk.

Microphones in 2020 contiene un unico brano di 47 minuti, accompagnato dall’omonimo cortometraggio che monta assieme la sequenza di fotografie di tutta una vita, e parte da un’idea in realtà basilare, riuscendo tuttavia a raccontare qualcosa di estremamente complesso. Attraverso le note scorre l’intera autobiografia del Nostro, narrata attraverso un taglio tanto minimalista quanto illuminante, fatto dell’alternarsi di una sola strofa e di un solo inciso ripetuti per tutta la canzone, conferendo al loop un senso totalmente magnetico. Perché Elverum è un maestro nel far emergere dalla materia quei dettagli che trasmettono alla reiterazione un candido ma significativo movimento; sa perfettamente come approfondire di volta in volta il tema ed è completamente padrone del climax che è in grado di dipanare e sottolineare secondo precisi gradi d’intensità e grande tempismo. Il flusso narrativo si muove nelle continue sovrapposizioni di chitarre che lambiscono strategie shoegaze senza esserlo, sussurrano e sanno quando aprirsi, accolgono esplosioni di feedback e leggeri tagli drone per poi tornare a placarsi, e ogni giro di refrain esplode, naturale, come una nuova epifania.

Su questo tappeto vagano inarrestabili i ricordi immortalati nelle immagini (corrispettivo delle parole), rendendoci spettatori indiscreti della sua storia: la vita da adolescente, i tour con le band, i concerti in Italia, i cambi di moniker, i dischi che ha registrato, la gioia, le canzoni, il viaggio, il dolore, le conquiste e le perdite; persino quest’ultimo album finisce nel testo del brano. Un racconto fatto anche di tante domande, con il quale il paroliere di Anacortes mette abilmente a nudo la propria essenza di essere umano incompleto, all’inseguimento dell’inafferrabile senso dell’esistenza. Il tutto, così, diventa un escamotage narrativo per una toccante riflessione sulla vita, veicolata da una canzone che potrebbe andare avanti all’infinito, come il sole che sorge ogni giorno allo stesso modo, eppure illuminando un mondo mai uguale a sé stesso: l’unico limite è l’incomprensibile esistenza stessa e la cosa da apprezzare il più possibile è proprio quel viaggio continuo di cui non si conosce la meta. Una storia che è un saliscendi emozionale, puro rapimento, fino a che tutto, all’improvviso, finisce, come se il termine fosse dettato dall’insostenibile tensione più che dalla necessità compositiva.

Al termine dell’avventura, rimane una toccante sensazione di soddisfazione velata di malinconia: è lo stesso atto d’ascolto a risolversi nelle parole e nelle note di Elverum e, contemporaneamente, aprirsi all’esistenza. Qualcosa di difficilmente riducibile al semplice perimento di un album, che comunque funziona benissimo.

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