Recensioni

Ci sono autori di musica che si ripetono e altri che non si ripetono. Di quelli che si ripetono, alcuni lo fanno per marketing (posizionamento), altri perché non sanno uscire dal personaggio. Mika Vainio non è certo imprevedibile, né ci aspettavamo stravolgimenti da Kilo. Mika è uno che fa scelte radicali, di quelle che si trascinano a lungo: non ha mai usato un computer per fare musica, quando va a fare un set o lo fa di droni o di beat.
Le macchine analogiche e i timbri industriali sono la sua guida e tutta la sua ricerca. Il limite in cui crogiolarsi. L’impatto di Kilo è un Vainio determinato nel ritrovare (dopo Fe3o4) il beat abrasivo di cui ha sempre dato esempio in coppia con Vaisanen nei Pan Sonic. Lo spettro dei toni di grigio e dei rumori quasi bianchi fa pensare a una cosa: Mika usa molte forme diverse, e per un massimalista come lui può voler dire crisi di creatività, dato che, nonostante la variabilità, è come se facesse ogni volta un riepilogo della stessa puntata.
Wreck è l’esempio: nasce come un test di una nuova macchina, nella seconda parte trova un tiro convincente per poi tornare a essere una sequela di suoni di chi ha appena aperto la scatola. A Vainio viene meglio il lato cosmico (il viaggio saturnale di Freight convince di più, è coeso e così anche il drone furente di Weight), che gli evita di essere vanamente testosteronico e, in definitiva, noioso. Forse è un nostro problema con le certezze, con la prevedibilità, ma di retorica sperimentale non si può fare un mestiere.
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