Recensioni

Assolutamente instancabile Mike Cooper, il musicista inglese (ma oramai romano di residenza da anni e anni) torna con l’ennesimo disco di una carriera che dagli esordi free-folk cosmici d’inizio anni settanta ha poi coperto musiche da tutto il mondo, dal dub all’elettronica, passando per improvvisazione e influenze etniche che spaziano dal Medio Oriente all’Oceania. E anche il nuovo Tropical Gothic continua nell’esplorazione etno-musicale che caratterizza quasi tutta la produzione di Cooper realizzata nel nuovo millennio: c’è però una differenza sostanziale rispetto al più recente passato, Mike infatti si concentra non più sulle popolazioni (e le rispettive tradizioni soniche) che si affacciano sull’Oceano Pacifico, ma su quelle dell’Atlantico, ripercorrendo le tratte che portarono i colonizzatori europei ad allargare sì i confini del mondo conosciuto, ma anche a sottomettere, massacrare e derubare quei popoli considerati incivili, inferiori, neanche del tutto umani.
Ed è dunque Tropical Gothic un lavoro che mantiene quanto promesso, offrendo all’ascoltatore panorami sonori decisamente più inquieti (ed inquietanti) che in precedenza: si parte così con il free-jazz ambientale e febbricitante delle iniziali The Pit e A Mask of Flesh per giungere, tramite fangosi avanzi blues e brevi intossicazioni tra noise bucolico e psichedelia autarchica, alla seconda facciata dell’opera, riempita dai diciassette minuti della sola Legong/Gods of Bali, dove la fidata lap-steel ed i piccoli synth e campionatori disegnano traiettorie assurde in cui s’incontrano le atmosfere più dilatate e misteriose del cantautore gothic-folk King Dude e la curiosità indomita e obliqua che muove una label come l’italiana ArteTetra.
Insomma, imperdibile, anche più del solito, la nuova uscita di Mike Cooper, un’artista che alla veneranda età di settantasei anni continua a stupire e mantenere alta, anzi altissima, la propria attenzione per il mondo e la relativa capacità di raccontarcelo.
Amazon
