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5.3

Danny Torrence, dopo l’allucinante esperienza vissuta all’Overlook Hotel da bambino (e raccontata in Shining), riesce in qualche modo a mettere a tacere la luccicanza ma si ritrova a vivere da alcolista e disoccupato. Dopo aver toccato il fondo, Dan decide di darsi una seconda possibilità cambiando città e costruendosi una nuova vita, ed è allora che entra in contatto mentalmente con la giovane Abra, bambina dotata di una luccicanza ben più potente della sua. Insieme si trovano a fronteggiare il Vero Nodo, congrega formata da personaggi strambi quanto spietati capitanati da Rose Cilindro e che si nutrono della luccicanza rapendo e uccidendo chi ne è provvisto.

È più o meno questa la trama del film sceneggiato e diretto da Mike Flanagan, un lavoro che un po’ vorrebbe essere il seguito dello Shining uscito nelle sale nel 1980 e un po’ vorrebbe rappresentare la trasposizione cinematografica – approvata dallo scrittore del Maine – del romanzo-sequel di Stephen King, Doctor Sleep (sempre King aveva scritto il libro da cui era stato tratto anche il film di Stanley Kubrick). “Vorrebbe”, perché se da un lato rappresenta una discreta interpretazione del testo kinghiano, dall’altro, più che un figliol prodigo del capolavoro di Kubrick, sembra il classico figlioccio incapace di mantenere le aspettative generate dalla fama del più noto genitore, e destinato a un futuro molto meno glorioso. Flanagan ci prova in tutti i modi a convincere lo spettatore che trattasi di nobile lignaggio, quasi a voler giustificare alcune scelte estetiche e di sostanza per lo meno discutibili: da un lato si ricollega agli eventi del primo film bypassando le vicende che concludevano lo Shining di King (notoriamente piuttosto diverse rispetto a quelle della pellicola), dall’altro si impegna in un citazionismo dell’opera kubrickiana a tratti necessario (la ricostruzione puntigliosa dell’Overlook Hotel nelle scene finali), a tratti goliardico (i vari easter eggs sparsi un po’ in tutto il film, dall’ufficio in cui Dan Torrance sostiene il colloquio di lavoro, praticamente una replica di quello in cui il padre Jack sostenne il suo all’Overlook Hotel, al cammeo di un Danny Lloyd – ovvero il Danny Torrance bambino nel film di Kubrick – nella scena della partita di baseball), a tratti imbarazzante.

Di imbarazzante c’è soprattutto la scelta di alcuni attori: se Ewan McGregor è per lo meno passabile nel ruolo del Dan Torrance adulto, Alex Essoe (Wendy Torrance), l’ex Elliot di E.T. Henry Thomas (Jack Torrance) e Curl Lumby (Dick Hallorann) soffrono e non poco il confronto con l’interpretazione irraggiungibile degli originali Shelley Duvall, Jack Nicholson e Scatman Crothers nei ruoli dei rispettivi personaggi. La soffrono perché non hanno né la faccia né lo spessore attoriale dei secondi, e si ritrovano loro malgrado a doverli scimmiottare in tutto e per tutto (dalle movenze all’aspetto fisico – perfino l’accappatoio blu che Essoe sfoggia in alcune scene è praticamente lo stesso indossato dalla Wendy di Shining) manco stessero partecipando a un concorso per sosia di personalità famose. Al che nasce spontanea una domanda: non sarebbe stato meglio avere un po’ più di coraggio – soprattutto nelle prime scene del film – e optare per una cesura che lasciasse perdere questa filologia estetica un po’ posticcia? Anche perché il tutto viene fatto in barba a qualsivoglia indagine psicologica dei personaggi, con la conseguenza di ridurli a cloni monodimensionali davvero poco rappresentativi.

Certo, stiamo parlando di un film diverso dal predecessore: là si chiamavano in causa entità sovrannaturali per indagare la follia di Jack Torrance, qui si parla di una battaglia che contrappone il bene al male. Eppure, se un paio di anni fa Tom Ford, in un Animali notturni per giunta slegato da qualsivoglia supposta parentela cinematografica, era riuscito a farci ricordare quella maestria tutta kubrickiana nel saper costruire un senso di angoscia tangibile e profondo, per quale motivo Flanagan, chiamato a dare un seguito all’opera del regista statunitense, non ci prova nemmeno? E dire che la parte centrale del film non è nemmeno da buttar via per come realizza le fantasie di King, tolto il solito gusto per la violenza gratuita tipico di certo cinema americano e ormai obiettivamente noioso (anzi disgustoso, almeno quanto la scena dell’uccisione del giovane Bradley), con Rebecca Ferguson ben calata nella parte che interpreta una Rose Cilindro erotica e cinica al punto giusto.

Insomma, Doctor Sleep alla fine si rivela per quello che è, ovvero un film di intrattenimento con buoni effetti speciali e qualche scena coinvolgente, ma anche per quello che non è, e cioè un degno sequel dello Shining originale. Gli manca tutto di quel film, compresa una colonna sonora capace di amplificare l’inquietudine veicolata dalle immagini (in quel 1980 i brani inseriti in scaletta erano il frutto del lavoro di Wendy Carlos e di compositori geniali come György Ligeti, Béla Bartók, Krzysztof Penderecki e altri) e la visionarietà di un Kubrick sempre più irraggiungibile e sempre più alieno rispetto a un cinema contemporaneo che nasce già morto quando sceglie la strada più semplice.

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