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7.4

È un disco italiano nel midollo, questo Phases In Exile, esordio in solo “ufficiale” – se si eccettuano un paio di release digitali fatte di sketches, esperimenti e cose simili e affidate al proprio bandcamp in passato – per Miles Cooper Seaton dopo 10 e più anni di Akron/Family. Un disco nato in Italia, registrato (anche) in Italia, co-prodotto da label italiane (Trovarobato e Vaggimal) e attraversato da una serie di legami, umani prima ancora che meramente professionali, col belpaese, testimoniati dalla bella immagine di copertina (chiedere a Tobia Poltronieri dei C+C=Maxigross per delucidazioni) e dai numerosi nomi nostrani ringraziati nel booklet.

Un paese che Seaton ha scelto come luogo di rinascita, insieme esilio dorato e fase transitoria da attraversare. E stando alle 10 canzoni contenute in questo Phases In Exile, disco tanto ambizioso senza mai essere presuntuoso o pretenzioso quanto puro e “trasparente”, di rinascita in grande stile si tratta. Psichedelia cantautorale a forti tinte folk com’è normale che sia, ma mai troppo riconoscibile e/o dipendente da un background che è per forza di cose incancellabile, sempre pronta alla mischia, a trafficare con l’elettronica e le melodie eteree, a dilatare paesaggi e stratificare input, a muoversi zigzagando tra crinali sonori anche oppositivi parlando di sé e dell’esistenza. Infilando cioè uno spoken word in un tappeto sonoro sospeso (l’opener Out There) che è quasi una confessione pubblica di riflessione esistenziale in mezzo a deliqui notturni di autocoscienza (Little Prince), ossessioni ritmiche minimali a creare scheletri via via sempre più evocativi (Persona (The Killer), con tanto di adattamento di un poema cherokee), lunghe pause droning-estatiche sospese e organiche come elementi onirici (Death And The Compass, ispirata dalle inquietudini borgesiane e registrata con M. Geddes Gengras) e canzoni. Sì, canzoni, come la sognante/arrembante I Am That o la tenue ninna nanna scritta per i propri nipoti Homes By The Sea che chiude idealmente il disco accompagnandoci verso casa. Quella casa che questo disco, “a catalogue of visions” nelle parole dello stesso autore, dimostra di esistere in molti altrove, compresi quelli che albergano dentro ognuno di noi.

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