• mar
    30
    1970

Giant Steps

Columbia Records

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Miles Davis ha passato la vita ad accelerare il jazz, a segnarne le tappe in maniera programmatica, aprendo nuove vie, fissando intuizioni altrui, promuovendo rivoluzioni. Dopo Davis certe cose non sono più state le stesse. La nascita del cool con l’omonimo disco del 1950, la svolta modale codificata da Kind of Blue (1959), l’elettrificazione degli strumenti cominciata timidamente con Miles In The Sky (1968; con le tastiere di Herbie Hancock, il basso di Ron Carter, la chitarra di George Benson), proseguita in Filles De Kilimanjaro (1969) ed esplorata meticolosamente in In A Silent Way (1969). Che non è solo il disco per antonomasia del periodo elettrico, ma anche e soprattutto il big bang di due altri importantissimi specimen davisiani: la direzione dell’improvvisazione (ecco spiegato il sovratitolo “Directions in music”) e l’uso dello studio di registrazione come uber-strumento. Le due cose sono strettamente collegate. Ai propri sidemen dell’epoca, Miles più che istruzioni dà indizi: “Un’indicazione di tempo, qualche accordo, un abbozzo di melodia, un suggerimento sul modo o sul tono”. Ogni take è un salto nel buio, una sfida all’intuizione del momento, inseguendo i capricci del maestro. Il produttore Teo Macero poi, novello demiurgo, sceglie i momenti migliori e gioca di incastri, inserti, smaterializzazioni. Se Davis compone la musica, è Macero che compone il disco.

Tutta la tensione sperimentale di questo Davis come sempre affamato di nuovo, ma sorprendentemente lucido e ripulito dalle droghe, i suoi ascolti di James Brown, Sly & The Family Stone e Jimi Hendrix, ma anche Karlheinz Stockhausen, la sua volontà di dare nuova linfa alla musica afro-americana (“il jazz non esiste, è una parola inventata dai bianchi per i niggers“) attraverso la creazione laboratoriale di una musica totale, tutto questo confluisce nel grande affresco di Bitches Brew. Bitches Brew è il suo titolo, è la sua copertina (opera di Marti Klarwein, lo stesso dell’Abraxas di Santana), è i suoi musicisti (la crema della prima scuola fusion: Wayne Shorter, Joe Zawinul, Chick Corea, John McLaughlin, Lenny White; Billy Cobham e Airto Moreira nella bonus track cd Feio), è il sudore di un tour de force lungo tre giorni nel torrido agosto newyorkese (Davis i musicisti letteralmente li spremeva, ma un brano chiamato John McLaughlin ci racconta di un dittatore capace anche di mettere i propri fidi sul piedistallo).

Bitches Brew è uno scorcio di quella torrida giungla. E una fotografia dei Sessanta che trapassano nei Settanta. Inevitabilmente: battesimo di un jazz-rock che è già fusion, e cioè fusione, nelle strutture della jam psichedelica proprie dell’epoca (Davis vorrà dividere il palco con gente come Grateful Dead e Santana), di jazz, rock, elementi etnico-esotici e della classica contemporanea (in Europa, in questo stesso contesto, si muovono i Can). Premesso ciò, per l’orecchio veramente attento, questo disco non può non suonare ancora come modernissimo, e quindi, in quest’epoca post-post, profondamente datato, noioso. Padre, Miles, dopo questa primogenitura, di tanti di quei figli degeneri. La decostruzione maceriana (esposta in primo piano, con le brusche cesure e gli abbassamenti di dinamica dell’iniziale Pharaoh’s Dance; con la voce di Davis che dirige nella title track) diluisce i temi e sublima la pulsazione funk, crea atmosfere umide e sospese, intensamente chiaroscurali, lunghe divagazioni dominate da una selva di intrecci percussivi, la tromba di Miles più ruvida, aggressiva che mai. Fino alla conclusiva, elegiaca, Sanctuary.

Costruito per sfruttare il successo di questa nuova musica chiamata rock, il disco vendette in poco tempo mezzo milione di copie, accolto molto bene anche dalla critica. Eppure, il vice-direttore di Rolling Stone, Ralph J. Gleason, accusò Macero di avere ucciso il jazz con quella sua cosmetica di studio. E in Italia si parlò di un “Davis elettronico”. Tutto falso e tutto vero. Perché siamo sicuri che la rivoluzione del taglia e cuci digitale Davis l’avrebbe apprezzata e anche molto.

1 dicembre 2010
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