• lug
    01
    1966

Giant Steps

Columbia Records

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Nel 1963 il formidabile sestetto allestito per Kind Of Blue si era ormai dissolto. Fu allora che Miles Davis gettò le basi dell’ennesimo capolavoro. Da sempre formidabile nella scelta dei compagni di viaggio, con l’ingaggio dei rampanti Ron Carter, Herbie Hancock e Tony Williams (quest’ultimo appena diciottenne), allestì una delle sezioni ritmiche meglio assortite e tecnicamente dotate di ogni tempo. Al sax, dopo aver provato ance di vaglia come Sonny Stitt, Hank Mobley e George Coleman, Miles trovò la scintilla che cercava in Wayne Shorter, trentenne del New Jersey, ex direttore musicale dei Jazz Messengers di Art Blakey, interprete talentuoso e compositore geniale. La scintilla divenne presto un incendio.
Dopo un primo album – E.S.P. (1965) – già di ottimo livello, con Miles Smiles si chiarirono del tutto le intenzioni e le enormi potenzialità del nuovo quintetto. Il trombettista tenne ferma la rotta verso quella “libertà nella forma” che già costituiva la filosofia del modale. Era la sua risposta all’odiata “new thing” che scuoteva le strutture fino ad abbatterle, allo scopo di far uscire dal guscio il pre-civile, l’afro represso dalle imposizioni formali dell’occidente bianco. Invece lui, Miles, la dignità voleva giocarsela stando alle regole che del resto egli stesso aveva contribuito a definire. Definendo nuovi spazi di libertà nella “costrizione”.
Il risultato è questa sorta di hard-bop mutante, un aggregato di gabbie modulari che in ogni momento spalancano breccie latin-tinge e blues, fidando nell’estro immaginifico di ogni interprete. Basterebbe la sola Footprints: rispetto all’originale versione di Shorter, la triangolazione ritmica è una danza misteriosa, un sortilegio ipnotico su cui due stregoni (sax e tromba) intrecciano motivi sinuosi, densi e volatili come fumo. L’ascolto mette in gioco simultaneamente sensazioni opposte e complementari, staticità e dinamismo, rigore e fibrillazione. Poi gli assolo si alternano sventagliando la tavolozza armonica, col drumming che si fa possedere da fregole ride e bossa, una disputa centripeta-centrifuga, febbre che tira e spinge, scuote il fusto dell’esistenza senza tuttavia svellere le radici piantate nel cuore urbano della contemporaneità.
Nel fulmicotone elettrizzato (ma non ancora elettrico) di Orbits, nei guizzi sincopati di Gingerbread Boy, nelle caliginose meditazioni di Circles, nella divertita frenesia ultrabop di Freedom Jazz Dance e nelle estreme conseguenze Monk-Parker di Dolores, l’esorcismo si ripete, frangendosi arrembante, nervoso, tenace invito alla dismissione della consuetudine nell’esistere quotidiano. Facendo il verso a Greta Garbo in Ninotchka, per la prima volta Miles sorride. Con una band e un progetto così, ne aveva tutti i motivi.

1 dicembre 2008
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