• mar
    01
    1956

Giant Steps

Columbia Records

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Più che un disco, ‘Round About Midnight sembra un crocicchio di storie jazz. Album che prende le mosse da una celebre composizione di Thelonious Monk, la firma è di Miles Davis col suo primo stratosferico quintetto, nel quale esercitava un sassofonista sul punto di decollare verso gli spazi interstellari, tale John Coltrane. Mica male, no? Fu il primo titolo di Miles per la Columbia. Correva l’anno 1955: Kind Of Blue, il disco che ha squadernato il jazz sbalzandolo di qualche piano tra il sensibile e il soprasensibile, sarebbe arrivato solo quattro anni più tardi. Già qui però si avverte uno spostamento, le trame sono più torbide e sfumate, la tromba stranamente intossicata rispetto alle disinvolte scorrerie di lavori praticamente coevi come i peraltro stupendi Workin’, Coockin’, Steamin’ e Relaxin’, ultimi opus per la Prestige.

Eppure, rispetto a quelli la formazione era identica: Trane e Davis più Red Garland al piano, Philly Joe Jones ai tamburi e Paul Chambers al basso. E allora? Allora, ecco spuntare lo zampino dell’ineffabile Thelonious. In effetti, Miles era letteralmente ossessionato da una sua canzone, ‘Round Midnight. Non era il primo, non sarà l’ultimo. Negli anni, è capitato anche a Bird, Gillespie, Bud Powell, Herbie Hancock, Chet Baker, Bill Evans, eccetera. Insomma, sembra quasi che non sei un jazzista se non ti ci misuri, con ‘Round Midnight. Da par suo, Davis ne fece una malattia: la provava e riprovava, però non azzeccava il giusto mood. Monk – chiamato ad esprimere un parere – lo bocciava regolarmente, senza pietà. Ma il trombettista – ci mancherebbe – non s’arrese. Continuò a provare finché, una sera che rese Miles felice – parole sue – “più di un maiale nella propria merda”, l’ineffabile Thelonious si dichiarò soddisfatto del risultato. Un gran risultato, in effetti: la tromba di Davis in questo pezzo ha un suono incredibile, cova un’angoscia terminale pur muovendosi sinuosa e leggera, come fumo, come una filigrana che nasconde e svela.

Poi c’è Coltrane, certo: spende un assolo agile e laconico, audace e corroborato da una strana solennità. Fu il suo primo, grande assolo, o almeno così dicono i libroni di storia, ché prima di allora Trane passava per il vaso di coccio della band. Malgrado ciò, tempo pochi mesi e Miles avrebbe cacciato lui e Philly Joe Jones dal Quintet a causa della loro rovinosa tossicodipendenza. Li aveva avvisati, Davis. Garbatamente e meno. Arrivò anche a schiaffeggiare un Coltrane inebetito dall’eroina sotto gli occhi di un impietosito Monk, il quale non ci penserà due volte ad accogliere il musicista ramengo sotto la propria ala. Assieme a lui imbastì un quartetto che infiammò il Five Spot di New York, tanto che qualcuno ebbe a definirlo “il migliore gruppo jazz in circolazione”. Peccato che, a parte una specie di bootleg registrato da Naima, allora moglie di Trane, non ci abbiano lasciato alcuna testimonianza fonografica.

In ogni caso, per la vita e l’arte di Trane si trattò di una svolta decisiva, vuoi anche per la (parziale) disintossicazione con annessa svolta religiosa. Il mondo se ne accorgerà presto. Anche Miles. Intanto però c’è questo disco, queste canzoni al bivio: l’eleganza spiegazzata della porteriana All Of You, le impennate bop tra agilità e afflizione di Tadd’s Delight, la guizzante iterazione di sax e tromba nella parkeriana Ah-leu-cha. Quindi, l’angolosa prova d’ensemble di Dear Old Stockholm, suadente e cupa, leziosa e sincopata. Infine, soprattutto, c’è la tristezza ammorbidita di Bye Bye Blackbird, dove il cool si avvolge nel velluto di suadenti movenze bop. Occorre aggiungere che con un pugno d’euro in più vi beccate la Legacy Edition, volume doppio che aggiunge un’intera esibizione live (a Pasadena, febbraio ‘56) e soprattutto una ‘Round Midnight colta dal festival di Newport del ’55, dove il piano di Thelonious himself e la tromba di Davis ci strapazzano ulteriormente e per benino. Soldi spesi bene.

1 giugno 2008
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