Recensioni

7.3

L’esordio lungo dei Mimes Of Wine, creatura sonora di Laura Loriga, fa appieno quel che deve, ovvero ribadisce calligrafia e attitudine profilate nel folgorante ep d’esordio. Cambia però il terreno d’azione, dieci canzoni sono una distanza che consentono a Laura di esplorare con trasporto misurato, lavorando sui mezzi toni, concedendo campo agli sdilinquimenti da chanson jazzata, tallonati da ghigni art-rock ed ossessioni blues. Ogni pezzo una messa in scena, variazione teatrale attorno alla dominante irrequieta, il canto pervaso di languori noir e spersa inquietudine, pungenti asprezze e cinematico incanto, da qualche parte tra la prima Cristina Donà, una Galas narcotizzata, la PJ Harvey meno brusca e persino il Wyatt più cupo come potrebbe la sorellina dark di Antony.

Sulle trame di fughe e coaguli del piano – onnipresente salvo in quella Long Lifting Road strutturata su arpeggio grifagno di chitarra – una tromba s’incarica di pennellare malanimo con retrogusto lunare, con allibito esotismo (la marcetta onirica e sfibrata di Bolivar), con ambiguo sconcerto (Vernal). Altrove il violino è l’accessorio decisivo, come quando esala malanimo nel valzerino quasi brioso di From A Forsaken Bow. Ma è l’impasto ad impressionare, il tratto sfuggente della scrittura e delle orchestrazioni, quello spampanarsi un istante dopo lo slancio veemente, il ritrarsi protettivo di chi assale senza istinto omicida, vedi una Gozo che rimanda alla Mojo Pin di Jeff Buckley rivista dai più spossati Dirty Three, o quella specie di prog acustico tra frulli marziali e fiati sghembi della già nota Fishes.

Un divagare che sa un po’ troppo di ricerca, ed è questo – a volerlo cercare – il difetto della proposta, della quale tuttavia ribadiamo il considerevole peso specifico, la cui ricchezza è proporzionale alle aspettative riguardo agli sviluppi futuri. Al momento imponderabili.

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