Recensioni

“Mimes Of Wine è Laura Loriga”. Così scriveva Stefano Solventi all’altezza dell’Ep d’esordio su Mindfinger. Dopo un biennio, vissuto come sempre tra l’assolata West Coast californiana e l’uggioso capoluogo emiliano, il nuovo atteso disco, Memories For The Unseen, dice una cosa fondamentale: la ragazza che dall’androne osservava le cose del mondo, armata solo di piano e voce, è cresciuta ed è cresciuta la formazione che la segue. Mimes Of Wine è Laura Loriga, ma non solo. Il fascino di Apocalypse Sets In stava tutto nell’intimità di una visione condivisa. Un’amica che ti sussurra le proprie paure e i propri sogni a mezza voce sul tappeto melanconico del piano. Da qui piccoli classici nascosti come Fishes, Bolivar e K che la spingevano sulle coordinate delle grandi intellettuali del rock.
Stavolta la scenografia dei brani è diversa perché meno espressione introversa-solitaria e più organica, di insieme. Registrato a "La Casa nel vento" da Enzo Cimino con la formazione che è andata in tour (Luca Guglielmino, Stefano Michelotti, Matteo Zucconi, Riccardo Frisari), Memories For The Unseen è un lavoro che è evidente espressione della band e dei giorni passati a suonare insieme. Ha il taglio tipico del secondo disco. Da qui, quello che perde in intimità lo acquista in energia e coesione, restituendo un album più rock, complice anche la post-produzione fatta a Los Angeles da uno che la sa lunga come Adam Moseley. Ciò detto, la mano di Laura è così sicura da fotografare già al secondo disco diverse soluzioni come del tutto autografe e personali.
Tolta la tenebrosa intro di Under The Lid, che fa un po’ da ponte con il disco precedente, Altars Of Rain è pura meraviglia romantica, diafana e passionale nello stile della Mojo Pin di Jeff Buckley e il piano altero e nostalgico di Yellow Flowers che tasta astutamente il terreno per una marcetta jazzata mid tempo alla Howe Gelb. La scrittura si fa più classica, ma non meno avventurosa, ed effettivamente molti momenti come Charade, Silver Steps e L’incantatore fanno il paio con molte cose della migliore Tori Amos degli esordi. Auxilio, venata dal fatalismo noir della tromba, mima la struggente fine dei Morphine di The Night, mentre Teethmaker si allinea alle filastrocche alcoliche della tarda Lisa Germano con il finale di Aube, che gira in un valzer romantico e sembra quasi una citazione dell’autrice di Lullaby For The Liquid Pig. Il piano quindi è sempre l’architrave dei brani, ma la chitarra quando appare non è un elemento disorganico. Anzi. L’ultima Hundred Birds, con la sua fragranza grunge lisergica stile Jayne Says fa quasi rimpiangere che non ci sia più sei corde nel disco. I Mimes Of Wine si confrontano con i classici e stanno li. Reggono il confronto. Hanno il vocabolario giusto per dire la loro in questi anni così avari di discorsi significativi.
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