Recensioni

La leggenda racconta che Mike Watt passeggiava in un bosco, nel giorno del suo quattordicesimo compleanno. All’improvviso, si vide atterrare davanti un ragazzo. “Tu non sei un’eschimese”. “No, non sono un’eschimese”. Il ragazzone paffuto si chiamava Dennes Boon. Sembra la scena di un romanzo, ma è l’inizio di un’amicizia profonda il cui fiore all’occhiello è stata una delle band più originali degli anni ‘80.
Fin troppo originali, i Minutemen. Una scheggia, anzi, un trio di schegge impazzite nel panorama dell’epoca. Il primo aspetto che salta all’occhio (meglio, all’orecchio) è il dentro/fuori rispetto a tutto, i canoni compositivi e le regole (anche estetiche) non scritte della musica rock e dello stesso punk. L’aspetto ordinario da ragazzi cresciuti nei quartieri popolari era un’anti immagine che rispecchiava la loro autenticità: «Our band could be your life», proprio come nell’inizio di History Lesson Part II. Michael Azerrad ci ha scritto un libro mentre quei tre corndogs, che mai sarebbero saliti su un palco prima dell’avvento del punk, hanno creato uno dei più memorabili paradossi della musica rock: un gruppo senza pretese e di ispirazione sinceramente pop(ular) ma dal sound imprevedibile, quasi d’avanguardia.
I Minutemen univano il rock di Creedence Clearwater Revival e Blue Oyster Cult al post-punk inglese, alla no wave e al genio folle di sperimentatori come Captain Beefheart (Double Nickels on the Dime è stato paragonato a un Trout Mask Replica degli anni ’80). Pur facendo parte della scena hardcore, condividevano soltanto la durata dei pezzi, ispirata piuttosto dal minimalismo punk dei primi Wire. La loro musica sgusciava via dalle definizioni più semplici come saltabeccava volentieri da un genere all’altro. Troppo ellittica e bizzarra, con quei pattern di batteria d’ispirazione jazz e funk, anche se rapidi e incalzanti come da copione. Però Boon e Watt erano cresciuti con il rock classico, e si sente, soprattutto negli assoli di Boon.
Difficile dare una definizione, i brani del primo periodo spesso somigliano più a bozzetti o a sketch, a dichiarazioni al fulmicotone, che a canzoni tradizionali. L’ingenuità con cui i due amici si dedicarono inizialmente agli strumenti non deve trarre in inganno. È vero, in principio pensavano che la tensione delle corde fosse una questione di gusto e suonavano senza sapere che cosa significasse accordare una chitarra (e nemmeno cosa fosse un vero basso); ma erano tanto naïf all’apparenza quanto concettosi e quasi filosofici nei contenuti.
Nati come quartetto – si chiamavano Reactionaries –, Boon, Watt e il fedele batterista George Hurley ricominciarono da tre dopo lo scioglimento della prima band. Dopo aver conosciuto i Black Flag nella loro San Pedro, entrarono a far parte del nucleo storico della SST. Nel periodo in cui l’hardcore americano prendeva forma, l’EP Paranoid Time metteva in evidenza le affinità e le – già – divergenze di un gruppo che aveva una propria, inequivocabile lunghezza d’onda. Nei successivi The Punch Line e What Makes A Man Start Fires? i brani sono cortissimi, quasi sempre sotto il minuto, lo stile del trio è riconoscibile al primo ascolto ma la forma è obliqua, sbilenca, inafferrabile, anche se a livello lirico e sonoro ha comunque qualcosa di esplosivo.
Di Double Nickels on the Dime può sbalordire il fatto che una band concisa fino alla frammentazione abbia creato un doppio LP dandogli un filo conduttore, come un concept album. Sulla scelta ebbero un’influenza più che decisiva gli Hüsker Dü, che in quel periodo stavano per dare alle stampe Zen Arcade. “Take That Hüskers” è scritto a chiare lettere nelle note di copertina. La competizione era assolutamente amichevole: le due band si conoscevano e si stimavano da tempo, gli Hüsker Dü avevano pubblicato il primo album per l’etichetta di proprietà dei Minutemen, la New Alliance, e avevano ricambiato il favore licenziando l’EP Tour Spiel sulla loro Reflex. Appena saputo che gli Hüskers stavano per pubblicare un doppio LP, i Minutemen, che avevano un disco già pronto, sfornarono più di venti nuove canzoni in nemmeno un mese, mettendo insieme il materiale per due 33 giri. Prodotto da Ethan James e registrato secondo i principi del jamming econo (per una spesa intorno ai mille dollari), Double Nickels On The Dime contiene 46 canzoni nella versione su doppio LP (che diventano però 43 in quella su un solo CD, uno dei rari casi in cui la riedizione su compact disc contiene meno pezzi dell’originale in vinile).
Lo spunto per il titolo venne dall’hit di Sammy Hagar I can’t drive 55 (le 55 miglia, 89 chilometri all’ora, rappresentavano il limite massimo di velocità sulle strade americane). «Se per lui vestirsi di pelle e guidare superando i limiti di velocità era una grande trasgressione, per noi la vera ribellione era scrivere le nostre canzoni e provare a raccontare la nostra storia, fare i pazzi con la musica invece che con le macchine» ha ribadito Watt nel documentario We Jam Econo. I Minutemen hanno lottato per anni per essere se stessi, la propria band, non delle rockstar qualsiasi. Avevano, a riguardo, un pensiero molto articolato, sintetizzato in neologismi come econo – la loro filosofia, il fare tutto in economia per non dipendere da nessuno – e mersh, che indicava l’aborrita musica commerciale, mentre i discorsi in musica si chiamavano spiels. L’esigenza di contenere i costi, delle registrazioni, dei dischi, dei concerti, nasceva da una forte spinta etica, accompagnata però da un sano realismo e da una ferrea disciplina.
History Lesson Part II è qualcosa più di una semplice canzone, è la dichiarazione della propria poetica e del proprio stile di vita. I Minutemen descrivono ciò che sono, un trio di ragazzi dall’aspetto ordinario, che demistificano i cliché delle rockstar e mettono in musica le proprie vite parlando di Bob Dylan, E. Bloom, Richard Hell, Joe Strummer e John Doe. Cresciuti nei primi anni ’70, in un periodo in cui i musicisti rock erano alieni di un’altra dimensione, con l’avvento del punk si erano convinti che anche le persone normali come loro potessero fondare la propria band e salire su un palco. Questa visione democratica della musica s’incastrava perfettamente con la coscienza working class, e rappresentava anche la chiave di lettura di ciò che per loro era punk, non legato a nessun vincolo di stile o di estetica.
Sulla copertina di Double Nickels On The Dime Mike Watt è in automobile mentre guida a 55 miglia all’ora alla volta di San Pedro (e indossa una camicia di flanella anni prima che il grunge le facesse tornare di moda). Il titolo in slang vorrebbe dire “A 55 all’ora (Double Nickels) sulla Highway 10 (on the Dime)”. All’interno, anche D. Boon e George Hurley sono ritratti al volante: ognuna delle prime tre facciate del doppio LP, assegnata a un membro della band, inizia con il rumore della sua automobile, mentre l’ultima si chiude con la Three Car Jam che li mette insieme.
Nel disco, lo stile più usato dai Minutemen è il loro icastico funk-punk. Una versione più sanguigna e americana, ma anche più aforistica e liofilizzata, del sound di gruppi inglesi come Gang Of Four e Pop Group, con il lato cerebral-danzereccio della new wave che incontra il fremito dell’hardcore e il populismo del blue collar rock. Da una parte il guizzante basso di Watt, suonato principalmente con le dita, dall’altra le rasoiate e gli assoli di Boon. Ispirato da Andy Gill, il gargantuesco chitarrista e cantante amava regolare il tono su parametri “estremi”, eliminando quasi del tutto i bassi; il risultato è un sound nitido e squillante nel pulito e simile a carta vetrata nel distorto. D’altra parte la sua chitarra era secca e stringata, ma non lesinava in assoli. Questa formula è comunque molto lontana dall’esaurire il discorso dei (e sui) Minutemen. Non si può non citare il drumming di George Hurley, così creativo anche nei brani che in apparenza non richiedevano chissà quali contorsioni metriche.
Nella “side Boon” (il lato A del primo LP) si trova il secco e vigoroso funk-punk (Viet Nam), e fanno capolino qui e là un Hendrix spolpato (It’s Expected I’m Gone), uno strumentale acustico ispirato al flamenco (Cohesion), una cover dei Creedence incisa dal vivo su una cassetta (Don’t Look Now), un folk pizzicato (Do You Want New Wave or Do You Want the Truth?). La “side Watt” ospita il punk rock di Political Song for Michael Jackson to Sing e My Heart and the Real World insieme a numeri decisamente più groovy, le quasi jazzate Maybe Partying Will Help e Retreat, con un pizzico di post-rock ante litteram (God Bows to Math), e le atmosfere messicane di Corona, oggi il brano più conosciuto del disco grazie al programma di MTV Jackass. La “side Hurley” mette in evidenza, come da logica, il lavoro della batteria di George. Ha un trittico di brani aggressivi e sincopati – The Roar of the Masses Could Be Farts, West Germany e The Politics of Time (nel CD manca Mr Robot’s Holy Orders, presente sul doppio LP) – ma anche alcune delle metriche più particolari, come il tre quarti di Themselves, lo shuffle di Nothing Indeed, i cambi di tempo di No Exchange o la bossa nova di There Ain’t Shit on TV Tonight. L’ultimo lato del vinile, la “Side Chaff” ospita canzoni più strutturate (Untitled Song for Latin America e il blues di Jesus and Tequila), l’anthemica This Ain’t No Picnic, brani strumentali e le cover di Steely Dan (Dr. Wu) e Van Halen (Ain’t Talkin’ Bout Love), riscritture in stile “econo” di due band molto amate dai Minutemen. Le idee sono tantissime, nessun cazzeggio e riempitivi ridotti al minimo: parliamo di uno dei dischi più importanti della sua epoca, uscito nell’anno di altre pietre miliari come Zen Arcade e Meat Puppets II.
Dal punto di vista lirico il trio di San Pedro è altrettanto originale. Tutti e tre scrivevano testi, e in Double Nickels On The Dime si avvalgono di diversi contributi esterni (di amici come Henry Rollins, Jack Brewer e Joe Carducci). Di alcuni pezzi già i soli titoli meritano una citazione, da Do You Want New Wave or Do You Want the Truth? (Volete la new wave o la verità?) a The Roar of the Masses Could Be Farts (Il ruggito delle masse può essere di scorregge). Fin da ragazzino, Boon era un appassionato di storia, vista con gli occhi della classe lavoratrice di cui i ragazzi erano figli orgogliosi. Nonostante una parte della loro ispirazione fosse sicuramente populista, i testi di questa band parlano di politica con la stessa non-retorica dei loro suoni. Alcune delle loro riflessioni più profonde arrivano in modo sintetico e spiazzante, con la stringatezza di quel groove/swing concentrato e spigoloso. In generale, i nostri usavano accenti molto personali anche toccando temi di più ampio respiro. Ci sono canzoni più esplicitamente politiche (i Minutemen, e in particolare D. Boon, erano un gruppo impegnato), ma altri pezzi contengono riflessioni sul significato del linguaggio e delle parole, o sulla condizione dell’uomo nella società contemporanea. Boon era più diretto e portato agli slogan, mentre Watt preferiva suggerire attraverso metafore (una sua fonte d’ispirazione dichiarata per questo disco è stato l’Ulisse di James Joyce). In ogni caso, i testi toccavano vari piani, quelli del personale e del politico, del lirico e dell’astratto, della storia e della contemporaneità.
Dopo Double Nickels On The Dime i Minutemen pubblicavano l’EP Project Mersh, entrando più nell’ottica della dannata musica commerciale, e l’album 3-Way Tie (For Last), composto da vere canzoni e con un’altra cover dei Creedence, Have You Ever Seen The Rain?, stavolta più ossequiosa dell’originale. Il gruppo era pronto per conoscere un pubblico più ampio e ottenere il successo. Ma il 22 dicembre del 1985 Boon moriva in un tragico incidente d’auto, lasciando un vuoto enorme. Watt e Hurley avrebbero continuato per alcuni anni nei fIREHOSE, convinti da un loro ammiratore dell’Ohio, Ed Crawford. Il lascito dei Minutemen rimane inalterato, in tutta la sua importanza. Ancora oggi.
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