Recensioni

7.5

Il disorientamento di un donna alla disperata ricerca di equilibrio. Le parole che si intrecciano in una rielaborazione sistematica del concetto di felicità. Pedali fuzz che si attivano per sottolineare il rifiuto scostante, rabbioso, di mancate spiegazioni e puntuali delusioni. Mitski Miyawaki è cresciuta, ha venticinque anni e tre album dai riscontri positivi alle spalle. L’avevamo lasciata alle prese con le curve ruvide di una gioventù complicata e la ritroviamo in quel contrappasso tra maturità e cliché tardo-adolescenziali che apre mille spiragli e imprevedibili soluzioni.

Puberty 2 riparte da qui, da un continuo contrappunto di emozioni e pensieri, da un brano intitolato Happy che si apre con un minuto di sola batteria triggerata a fare da tappeto al racconto di un’esperienza di seduzione e relativo abbandono, tra biscotti e tazze di tè, prima di risolversi lapidaria in un «when you go, take this heart, I’ll make no more use of it when there’s no more you». Da riot girl che sa assumersi i suoi rischi, con una spiccata sensibilità melodica e lo stesso motore indie-rock di Pixies e coetani, Mitski rielabora in undici tracce i suoni più controversi, tutti insieme, in un mash-up di urgenza e furore. Basta prendere il singolo Your Best American Girl, che oltre ad essere un brano riuscitissimo che si stampa in testa al primo ascolto, riassume in ampia sintesi la palette cromatica della cantautrice americana dalle origini giapponesi: ballate brevi e intense come A Loving Feeling, saette sul punto di esplodere, «a forest fire» per dirla con le sue parole in A Burning Hill. Un album che si riversa in atmosfere dreamy, emo, power-rock e tardo wave in grado di mantenere costantemente alta la tensione emotiva (Once More To See You, Firerowrks) tra disperazione (I Bet on Losing Dogs), provocazione («I pick an age when I’m gonna disappear Until then I can try again») e cicatrici da risanare. Per non farsi mancare nulla, la Nostra sceglie di deviare sull’elettronica/r&b di Crack Baby, prima di congedarsi chitarra e voce in un cantato da reduce che non vuole arrendersi: «And I’ll go to work and I’ll go to sleep And I’ll love the littler things».

Un disco di sconfitte e vittorie, che da queste parti forse sono la stessa cosa, in grado di fotografare con grande estro le contraddizioni, le paure, le ansie e le pulsioni artistiche di una generazione che vive un momento storico particolare, incerto, in cui ci annunciano col sorriso sulle labbra il ritorno di steccati e continue emarginazioni. La risposta, sferzante ed urlata, la firma una musicista che con questo lavoro si rivela una sorprendente conferma.

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