• Apr
    25
    1995

Classic

Loud Records

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Nonostante un esordio più che buono, prodotto dai nomi giusti (Large Professor e Dj Premier) e con almeno due discrete bombette come singoli (Hit It from the Back e Peer Pressure), i Mobb Deep nel ’93 non si trovavano in una gran posizione: prontamente scaricati dalla 4th & B’way Records per la scarsa performance commerciale dell’album, il promettente duo rischiava di essere lasciato indietro dalla nuova ondata di capolavori East Coast che stava arrivando; l’esordio del Wu-Tang Clan lo stesso anno e Illmatic di Nas quello seguente, ma anche l’astro nascente di Biggie e il nume tutelare ATCQ ancora saldamente sulla cresta dell’onda. Da questo senso di urgenza quasi disperata e dalla necessità di trovare una voce più personale all’interno del Rinascimento newyorkese arriverà nel ’95 il loro ins(u)perato capolavoro.

The Infamous è un disco sicuramente molto debitore verso Illmatic: la narrazione e il suono di Nas si respirano in ogni traccia, ma le differenze sostanziali rispetto al modello sono comunque importanti e consentono al sophomore di Havoc e Prodigy di avere una peculiarità tutta sua, emancipandosi dall’alone di epigono e conquistando lo status di capolavoro a parte, autonomo e indipendente. Restano l’asciuttezza minimale e le influenze jazz tipicamente East: per la prima, oltre a un’ovvia contiguità di ascolti del duo, è sicuramente importante l’ombra di Q-Tip sul disco; accreditato come The Abstract, riveste un ruolo da “supervisore produttivo”, invitando i due a casa sua e dando consigli e indicazioni ad Havoc – alle primissime armi come producer – tra un blunt e l’altro. Il jazz invece c’è ancora, ma è ben diverso da come lo troviamo in Illmatic: l’atmosfera del disco è tetra e oscura, ma di una darkness ben più scarna e spettrale rispetto all’opulenza clownesca, macabra e psicotropa dei coevi Cypress Hill. I campioni, pur pescati tra un Miles Davis e un Herbie Hancock, sono sporchi, polverosi, aridi e haunted; ci sono fruscii e crepitii, sinistri accordi minori di piano, batterie asciugate all’osso, qualche rintocco di synth e squillanti hi-hat.

Anche nei testi l’approccio è ben distante da Illmatic: la scrittura di Nas è spesso distaccata, intellettuale, iper-tecnica e virtuosistica (sia dal punto di vista retorico che delle soluzioni narrative). I Mobb Deep sono invece qui molto più diretti, elementari e senza fronzoli: se la finalità resta la stessa – restituire la street life reality dei projects del Queens, per cui i due auto-coniarono il tag di reality rap in sostituzione di gangsta rap – le modalità sono ben diverse. Da qui la lapidaria e inflessibile asciuttezza di versi come il celebre «survival of the fit, only the strong survive», che reagisce con una prospettiva quasi darwinista alla durezza della vita quotidiana nei sobborghi di NY, qualcosa che «it’s similar to Vietnam» (Survival of the Fittest). È la prospettiva senza speranza ma inflessibile nel non arrendersi di ragazzi cresciuti tra droga e povertà, crimine e violenza: «I’m only 19, but my mind is older». Non c’è spazio per i compromessi, per gli «halfway crooks» dei fake thugs wannabe. E proprio la Thug Life è un’espressione che probabilmente fa qui la sua prima comparsa, forse anticipando Tupac, che infatti poi inizierà un beef rivendicandone la paternità. Ma – e l’abbiamo già detto nel classic dedicato ad Illmatic – la controparte dell’esaltazione californiana è qui una cupa disperazione, che lotta per sopravvivere tra i casermoni del Queensbridge. E che nel farlo, vola altissimo.

25 Agosto 2017
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