Recensioni

Va detto che Moby non ha ancora smesso di provarci. Dopo aver già raggiunto l'olimpo delle vendite con l'irripetuto Play, e dopo esser colato a picco negli indici di gradimento durante i '00 (nemmeno l'ultimo Wait For Me aveva invertito il trend, nonostante si distinguesse dai precedenti), il non più giovane dj newyorkese seguita imperterrito a inventarsi nuovi volti, infischiandosene allegramente se critica e pubblico hanno nel frattempo perso l'entusiamo per strada.
Descrivendo Destroyed come una colonna sonora per città deserte alle 2 di notte, il newyorchese si presenta nelle vesti di cantastorie metropolitano: sceglie un profilo slowdown e melodie per aeroporti senza curarsi di una vera idea di fondo. Stella Maris guarda a Morricone, The Day la butta sulla rock-ballad ruffiana, Sevastopol è techno per cuffia e Blue Moon house classica. 16 brani, 16 possibili spunti ma nessuno che sia valsa la pena approfondire. Moby riesce ancora a far cassa anche con soluzioni semplicissime, con le morbidezze GusGus di The Low Hum, la jazzy-psichedelia di The Right Thing o i vuoti armonici di Rockets, ad esempio, ma il grosso dell'album è riempito da facili accordi strumentali e furbi inserti di violino e pianoforte.
Facendo dischi da 75 minuti senza grossi sforzi compositivi, l'impressione è che il buon Melville abbia ormai attivato il pilota automatico (After, Be The One). Qualcosa di buono lo troverete, ma bisogna esser disposti ad accettare sbadigli e autocompiacimento. Per i meno pazienti, c'è sempre youtube.
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