Recensioni

Impossibile, accostandosi a questo disco, non tener conto della sinistra presenza del singolo-tormentone Lift Me Up – il cui il fastidio provocato è pari a quello di una zanzara in camera da letto – sia che si decida, con una punta di malsano masochismo, di (ri)sorbirselo sia che si lavori di fast forward. E’ dunque con un pizzico di prevenzione che ci si accosta a quest’ultimo lavoro del poliedrico musicista, e le nuove composizioni, scontate e patinate, non la scacciano del tutto, ahimè.
Quelli che un tempo erano stati motivetti ruffiani ma accattivanti, capaci di riscuotere consensi presso pubblico e critica si sono trasformati in prove tecniche per aspiranti tormentoni e successi da classifica che suonano, peraltro, pericolosamente autoreferenziali. Tanto che il rischio maggiore in cui Moby rischia oggi di incappare è quello di apparire sempre più la caricatura di se stesso. Per certi versi, questo era esattamente il genere di disco che tutti si aspettavano, necessario per consentirgli di continuare a godere del suo status di pop star a tutti gli effetti. Perfetto ingranaggio all’interno del music business.
Anche la fu elettronica finisce così, con sommo sbigottimento degli astanti, per rimandare sempre più alle suonerie polifoniche dei diabolici telefoni cellulari e non c’è melodia, nemmeno la più azzeccata, che si salvi e non soccomba sotto i puntuali (quanto scialbi) cori del ritornello di turno. Troppo mestiere e poca freschezza in questo Hotel. Durante le quattordici tracce si sparano numerose ed assortite cartucce ma tutte paiono caricate a salve (vedi la scialba cover della neworderiana Temptation), nessuno spunto è veramente geniale (o quantomeno accattivante), nessun momento monopolizza davvero l’attenzione e nulla rimane alla fine del faticoso ascolto. Relegati nel finale si trovano gli unici momenti da salvare, rappresentati da alcune ballate riuscite e di sicura presa (Love Should e Forever) in cui Moby rivela il proprio lato più intimo. Per il dj newyorkese che aveva sapientemente quanto furbescamente saputo fondere dance, elettronica e pop in un polpettone easy but trendy pare, insomma, essersi esaurita la vena creativa, complice anche una formula che, dopo anni di saccheggiamenti subiti da più fronti, alza bandiera bianca mostrando tutti i propri limiti.
Rimane la speranza che questo album rappresenti solamente un passaggio a vuoto: l’autore stesso ci pare troppo sveglio per pensare di averla data a bere anche questa volta.
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