Recensioni
Moby & The Void Pacific Choir
These Systems Are Failing
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Davide Cantire
- 26 Ottobre 2016

Eravamo rimasti a The Dogs, traccia fin troppo confortante di Innocents che continuava instancabile il filone del Moby post-Hotel, quello divenuto a un certo punto così riflessivo da sfiorare ripetutamente la maniera e sfornare album ambient dal fascino indiscusso ma dalla dubbia utilità. Il 2016 era ripartito esattamente da quelle premesse per il producer di New York, con la pubblicazione dell’autobiografia Porcelain e dell’album ambient Long Ambients 1: Calm, Sleep pensato esclusivamente per alcune sessions di yoga. Ecco che quindi These Systems Are Failing, uscito sotto lo pseudonimo Moby & The Void Pacific Choir, arriva come un fulmine a ciel sereno, un cielo squarciato da quello stesso DJ pazzoide che aveva osato mixare punk-rock e atmosfere ambient in un disco (bistrattato e quasi dimenticato) come Animal Rights, e che ci aveva consegnato hit intramontabili contaminando gospel, folk e house con il celeberrimo Play.
Il tredicesimo album in studio del Nostro parte subito dalla premessa che quella che abbiamo di fronte e che ci apprestiamo ad ascoltare, con la promessa di un’immersione totale, non è la stessa persona di pochi anni fa: la maschera di beatitudine, quasi intontita da una specie di meditazione trascendentale, ha qui lasciato il posto a uno sfogo senza più filtri, né freni. Pronta a gridare al mondo il suo disprezzo per il tempo presente, e insieme avvertirlo dell’imminente erosione di un sistema tecnologico magia-anime e cervelli, la nuova maschera dei The Void Pacific Choir è grezza e priva di levigature, di trucchi, di inutili giri di parole; parla direttamente all’ascoltatore, al recettore passivo di tecnologia (da, per e verso la tecnologia). Il mezzo di comunicazione prediletto dall’oggi (i social network) diventano un catalizzatore ironico di rabbia e limpidissimi presagi di distruzione, dove il salvatore Richard Melville Hall è uno dei pochi profeti a intimare un avvertimento, a richiedere con forza veemente un ritorno alla moderazione, un riappropriarsi della propria sovranità, sovranità dell’umano sulla macchina, quest’ultima ormai protuberanza indistinguibile dal tessuto lardoso del corpo umano contemporaneo (riconducibile agli spettri di cronenberghiana memoria).
Hey! Hey! funge da sveglia verso un mattino disseminato da percussioni, tastiere distorte e una voce più diretta e rabbiosa che mai, e fa il paio con Break.Doubt. I Wait for You e Don’t Leave, sorta di scosse di assestamento, sono tese a condurre l’ascoltatore in questo nuovo (e forse irripetibile) cammino, che si addentra in maniera sempre più spregiudicata e massiccia verso un mondo non più decifrabile umanamente, ma solo attraverso un algoritmo. Le vibrazioni più animalesche e viscerali trovano un immediato riscontro sonoro nell’esplosiva e tribale Erupt and Matter, che spiana la strada al singolo Are You Lost in the World Like Me?, vera sintesi del disco, monito senza speranze e privo di colore (come il bellissimo videoclip condito dalle animazioni di Steve Cutts), che concede all’autore una hit degna di Extreme Ways, per forza espressiva. Accantonata la pausa “semplicistica” di A Simple Love, che fa timidamente eco alla produzione precedente, i binari tornano a indirizzarsi verso un elettronica angosciante in The Light Is Clear in My Eyes e nella declinazione lamentosa e post-garage di And It Hurts («Come on, stop it now!»).
In una progressione fin troppo didascalica si conclude questo grido disperato: le ultime tre tracce (contenute solamente nella Deluxe Edition), troppo preoccupate ad esacerbare il concept principale, non tendono, al contrario, a un atto di riappacificazione posticcio e contraddittorio. Una coerenza (ammirevole, ma appiattita e) rimarcata anche dalla schizofrenica Dark Star («Turn off the hope you had for me / turn on the voice that cries again / turn on the lights, turn on the rain»).
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