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E la chiamano estate. A sorpresa, dopo il dancefloor di Last Night, un disco intimista e fragile, l’immagine sonora di uno spleen praticamente autunnale. L’antefatto: fan totale di David Lynch, Moby ne interecetta un discorso alla British Academy of Film and Television Arts, discorso che è un’esaltazione appassionata (e un po’ naif) della “creatività senza compromessi”. Si chiude così nel suo studio casalingo e registra, praticamente da solo, questo Wait For Me, disco “per me e basta”, asciutto, bianco come la sua copertina (ma il tutto è profondamente blue), con pochi interventi esterni, soprattutto quelli vocali dell’amica Amelia Zirin-Brown (che di solito canta tutt’altro col suo duo burlesque), mixato poi assieme al Kevin Thomas già fidato dei Sigur Rós, con un patina come di poco lavorato, quasi (quasi) lo-fi, soprattutto nell’assemblaggio delle parti e nel trattamento delle voci. Il disco nella sua totalità sembra un’emanazione dilatata del mood di vecchi pezzi come Why Does My Heart Feel So Bad? (la cosa è fin troppo palese in Study War, che ne riprende quasi tutti gli elementi), con meno enfasi sulle ritmiche e focus su piano e archi (riconoscibilissimi questi ultimi, in perfetto Moby-stile).

Sei cantati soltanto: Pale Horses, secondo singolo, video con disegnini dello stesso Moby, organo da chiesa, archi, coro, quasi un canto gospel profano (e anche un po’ macabro, si veda il testo); Mistake, cantato molto Lou ReedBowie (MOLTO); la title track, costruita su un ostinato arpeggio di piano e con una voce fascinosamente languida. Le altre canzoni puntano su una soffice e malinconica rarefazione. Le strumentali: la spaesata Shot In The Back Of The Head, primo singolo, con tanto di video disegnato e diretto dallo stesso Lynch nel suo classico stile rough, surrealista e anti-simbolico, retta da accordi di chitarra elettrica mandati in loop al contrario; l’epica, quasi da scena panoramica in un Indiana Jones, Seated Night; e Isolate, la migliore del lotto, arpeggio di chitarra, tocchi di piano e rimshot trattato molto Teardrop. Le altre strumentali sempre electronica-pop agrodolce e dintorni. Canzoni fragili, disco fragile. E tutto sommato, anche qui, ruffiano. Ma bello.

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