• Mar
    17
    2015

Album

Epic records, Sony Music Entertainment

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Otto anni possono passare in fretta nella mente di Isaac Brock, uno che anche soltanto scorrendo le 15 tracce in media dei suoi album a nome Modest Mouse non è certo un tipo che ha difficoltà nel buttar giù una canzone. Non stupisce che il suo songwriting, da sempre in contagioso equilibrio tra pop e storytelling, abbia fatto strage di fan nel mondo della musica e non solo. Mark Kozelek, fresco di pubblicazione del brano Ali/Spinks 2, gli ha attribuito probabilmente la più semplice ed importante delle lezioni: «non ci sono regole o limiti nello scrivere un brano». E di sicuro l’autore di pezzi come Float On fino al recente Coyotes è da 25 anni che non dà segni di stanchezza nel buttar giù in freschezza un testo che funzioni tanto da hit quanto da divertente, ed anche surreale, narrazione.

Avevamo lasciato i Modest Mouse con un album a tema nautico, We Were Dead Before the Ship Even Sank, fondato su uno spassoso concetto: scrivere canzoni ispirate a un equipaggio morto ancor prima che la nave calasse a picco nel mare. Quel disco, composto con il contributo anche in fase di scrittura di Johnny Marr, è finito nell’anno della sua pubblicazione al primo posto della classifica album statunitense e canadese, siglando di fatto l’apice di una carriera di una band che dall’ottimo Moon & Antarctica s’era impennata come poche altre nel panorama major indie dei 2000.

Del resto, se Brock è un songwriter con la chitarra sempre in mano pronto a sfornare canzoni sui temi più disparati (i suoi favoriti: diffidenza per religioni, scienze e soprattutto la globalizzazione) è anche un maniaco ossessivo per i dettagli. Per Strangers To Ourselves aveva immaginato una copertina che poi l’etichetta gli ha rifiutato, dunque ha optato per l’artwork di Matt Clark (lo stesso del video di Coyotes) che rappresenta una fotografia aerea di una location in Arizona. Soltanto per la scelta del titolo dell’album ci sono voluti tre mesi di pensate (era un titolo che aveva in mente da svariati anni, ci ha confidato al telefono a febbraio), mentre per le nuove quindici canzoni, passate attraverso ben cinque produttori (l’ingegnere del suono Clay Jones, Brian Deck, Tucker Martine, Andrew Weiss e lo stesso Brock, che compensava i periodi di avvicendamento), il tempo è salito a circa tre anni intervallati dalla produzione di due band, la cura di altrettante sountrack (tra cui il documentario 80 Degrees South: Conquerors of the Useless Soundtrack del 2010), l’ordinaria gestione dell’etichetta personale Glacier Pace e un tour poi interrotto proprio per completare l’album, senza contare vari problemi con l’alcol e la più grande delle difficoltà: tenere fermo un produttore esterno per l’intera durata delle session che puntualmente sforavano i tempi tecnici a disposizione. Non ultimo, i Modest Mouse hanno perso lo storico bassista, Eric Judy, che assieme a Jeremiah Green faceva parte dell’originario nucleo fondante della band.

Ascoltando le nuove quindici canzoni, la stratificazione e complessità arrangiativa raggiunta in alcuni episodi, tra cui Lampshades On Fire – il brano che li ha rilanciati per primo ai soliti consueti alti livelli – e The Ground Walks, with Time in a Box (un altro classico esempio di ballabile sul versante à la David Byrne della produzione del nostro), è lampante. La buona notizia, però, è che i Modest Mouse, in tanta meticolosa attenzione per i dettagli, non hanno perso il vizio di far funzionare le canzoni calibrando scrittura e arrangiamento.

Il disco, meno uptempo del precedente, ma comunque con una buona alternanza tra momenti più orchestrati, numeri più funky e quelli più indie based, suona più vicino a Good News for People Who Love Bad News ma del resto ogni disco dei Modest Mouse suona esattamente sempre uguale e diverso dagli altri, con tutti gli aspetti di coerenza e devianza del caso. Fortunatamente anche qui almeno sei delle quindici canzoni entrano dirette in antologia, e volendo possiamo riassumere questo Strangers To Ourselves come una raccolta di canzoni che s’ispirano all’intero periodo su major della band: da una parte troviamo pezzi à la Moon & Antarctica come Of Course We Know (ispirata dagli avvistamenti UFO noti come Phoenix Lights) o ballad agrodolci come Coyote (scritta sei anni prima, e ispirata a uno short film girato da Matt Clark – poi videoclip), dall’altra troviamo le classiche cavalcate dei Modest Mouse con Brock, affabulatorio e nel tipico registro impastato, ad alternare narrazione e riff in levare a presa rapida, magari stemperando sulle strofe e calcando la mano sugli altrettanto riconoscibili ritornelli.

Non mancano neanche i fuori programma e i tiri più avant – dove il nome da spendere è quello di Waits – come accade in una Pistol ispirata tanto alla vicenda di Andrew Cunanan, quanto alla serie televisiva Miami Vice. Ed è vero, verso la fine l’urgenza cala senza però scadere nel riempitivo.

17 Marzo 2015
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Modest Mouse

We Were Dead Before The Ship Even Sank

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