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E’ il primo album concepito e realizzato come tale, una sistematizzazione dilatata e rigorosa della Mogwai-poetica, il suono finalmente più corposo a testimoniare l’ingresso del quinto elemento Brendan O’Hare, bravo a destreggiarsi tra tastiere e chitarra. Dopo la breve, estatica introduzione di Yes! I Am A Long Way From Home, quasi una prefigurazione del successivo CODY, precipitiamo negli 11 minuti abbondanti di Like Herod, un ballatone stravolto tra stasi sonore e inarrestabili sfuriate chitarristiche, dilaniato da intensissimi feedback e pacificato da lunari fraseggi di corde, gli stessi che costituiscono la struttura portante di Katrien, dove le tastiere sembrano un baluginare discreto e la furia viene sostituita da una rabbia amara, a stento contenuta.

Il breve intermezzo pianistico di Radar Maker ci prepara ad accogliere l’ineffabile Tracy, cuore al sapor di vibrafono, linea melodica semplice, solita impeccabile stratificazione strumentale: insomma, la maniera che interviene a nobilitare un pezzo altrimenti abbastanza insignificante. Summer è una riedizione del brano già contenuto in Ten Rapid, una cosiddetta “priority version” che non aggiunge alcunché di imprescindibile a quanto già conosciamo, se non una più ficcante definizione sonora. Quando ormai siamo convinti di passare una serata piacevolissima ma sostanzialmente innocua, With Portfolio col suo vortice insostenibile di rumore bianco rubato ad un boeing in decollo ci atterrisce ed annulla. Shockati, ma per nulla domi, accogliamo il tenero languore malato di R U Still In 2 It: arpeggi incrociati in forte riverbero, il drumming soffice, un piano “letterario” che va a braccetto col recitato cinico di Aidan Moffat degli Arab Strap (già presente nel 4 Satin Ep dello stesso anno) a versare inquietudine e malinconie. La coda è ancora una volta un baluginare irraggiungibile, una prospettiva struggente, leggendaria, lontana.

Il tempo di registrare la processione gotica di A Cheery Wave From Stranded Youngsters, ricca di morbidezze percussionistiche su una triste teoria di piano, che subito imbocchiamo il chilometrico scivolo finale, la straordinaria Mogwai Fear Satan, forse il capolavoro degli scozzesi: straordinario il lavoro ai tamburi – un battito dispari di sincopi e frenesia – così come tutto il campionario di strumenti messi ad esplodere la propria irrequietezza, dalle chitarre impegnate in distorsioni e bordoni al flauto etereo di Shona Brown all’orizzonte cupo di suoni sintetici.

Feroce e struggente, monolitico e frastagliato, sorretto da una strana, inafferrabile ironia, Young Team è uno dei dischi cardine dei Novanta.

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