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7.1

Ad oltre due anni dal debutto discografico, quel Shelter su Ninja Tune / Werk Discs che ci aveva convinto per «una techno basale come house reinterpretata, però, secondo noti tepori e asfalti UK londinesi», Moiré torna con un titolo molto punk – No Future – e un’etichetta differente (Ghostly International), proferendo sostanzialmente il medesimo verbo, ma facendolo con l’eleganza e la bontà dello scafato producer, purista ma non troppo. Lo fa anche questa volta con densi groove urbani che non dispiacerebbero a Carl Craig ma, soprattutto, lavorando sul funk che ha innervato per primo il suono elettronico di Detroit, quel funk che s’incarna alla perfezione nell’aggettivo preferito, ovvero “futuristico”. Ed è proprio sulla dicotomia futuro/non futuro che sembra giocare l’umore delle nuove tracce: un suono techno che ne è da sempre sinonimo versus quello negato da un distopico presente che assomiglia terribilmente a qualche anomico mondo marziano fatto di paura, disuguaglianze e bugie. In pratica, metti i sogni su Marte di Quail in We Can Remember It For You Wholesale di Philip K. Dick e sostituisci il ricondizionamento neurale della Rikord con l’euforia virtuale generata da internet e dai social network, ed il gioco è fatto.

Il disco si apre nel segno di un felpato electro funk su cui il producer spalma dell’ambient panoramica ai synth (Sequence 1); la traccia introduce quella Lost You che è il singolo apripista, un cobaltico pulse programming su cui si stagliano le cavernose bars di MC DRS, rapper già noto per le sue collaborazioni in area drum’n’bass con LTJ Bukem, ma qui in brumoso storytelling ad aprire il campo ad una tracklist che s’illuminerà nel buio più volte, con angolari bass alla 303 e serrati fendenti di 909. L’abilità di Moiré sta nel piazzarsi in una perfetta costellazione old school, quando techno e house non erano poi così distanti, tuttavia se spesso è il suono delle Roland quello che sentiamo, non è sempre ed esattamente quel sound. E’ un mix ben pensato il suo, lasciato riposare, in modo tale che anche i momenti più dancefloor non risultino quelli dell’oggi ma neppure quelli di ieri. E’ un sound fatto con l’hardware e si sente – vedi una Opium che lo ricollega al suo mentore Actress, oppure Casual, che è puro ghetto sound di Chicago – ed è proprio attraverso il suo utilizzo che il twist autoriale è messo in pratica. Che sia un tocco di synth o una modulazione di bassi con in testa i Sound System, è tutta questione di piccoli accorgimenti che separano l’omaggio dal mero calligrafismo.

Da un’altra angolazione, il disco mette in dialogo certa narrativa subconscia londinese, in particolare nelle tracce con i featurer post-grime (in Façade c’è il poeta post-grime James Massiah, in Bootleg torna DRS) con parti strumentali che sono l’esempio di una dancefloor da fase REM (ma non mancano nemmeno tracce pronte per il dancefloor senza tanti giri di parole). No Future è la conferma della solidità di Moiré come producer, ma anche di un autore la cui vena è in progressivo rafforzamento.

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