Recensioni

Ci sono migliaia di band che le tentano tutte pur di riuscire ad emergere dagli scantinati o, nel migliore dei casi, ad uscire dai confini locali e poi ci sono i Molchat Doma. L’ascesa della band bielorussa (vi sfido a ricordare altre band di Minsk e dintorni, su due piedi mi vengono in mente solamente gli affini Nürnberg) è strettamente legata all’algoritmo di YouTube che – durante il 2019 – ha iniziato a consigliare i video legati all’album Этажи (Etazhi) in modo massivo ad un numero enorme di utenti più o meno targetizzati, perché – diciamolo – chi non si è mai fatto una bella carrellata di clip soviet e post-soviet su Youtube?
In brevissimo tempo attorno a Yegor Shkutko e compagni si è creato un vero e proprio culto che di riflesso ha coinvolto tutto il roster della berlinese Detriti Records – dell’italiano Davide Lace – già piuttosto seguita su Bandcamp, grazie ad un immaginario ed una estetica (cassette, post-punk DIY, bicromie ecc…) chiaramente ben assestata sulla propria nicchia di riferimento. A proposito di estetiche e di immaginari, è inutile negare che (buona?) parte del fascino dei Molchat Doma sia collegato a quell’idea (o meglio, anemoia) vagamente nostalgica – e stereotipata – dell’URSS, perfettamente concretizzata nell’artwork attira-click di Этажи (Etazhi), per intenderci brutalismi, architetture industriali, desolazione, venti gelidi eccetera.
Non sbagliamo più di tanto se diciamo che Этажи (Etazhi) è forse la massima sintesi revivalista di tutti quegli elementi-trigger in grado di far breccia tra i post-punkers: un timbro baritonale alla Ian Curtis che scandisce indecifrabili versi in russo a ricreare casalinghe memorie 80s attraverso sonorità coldwave lo-fi adagiate su ritmiche scandite da algide drum machine e, soprattutto, una serie di tracce a modo loro impeccabili (in particolare le sequenze di note minimali della chitarra jangly-wave di Roman Komogortsev).
Fino a qui tutto bellissimo. Poi però vedendoli dal vivo (in uno degli ultimi live pre-Covid a fine febbraio al Freakout di Bologna) sono sorti alcuni dubbi, non tanto perché Roman Komogortsev pare un DJ di una qualche discoteca della provincia italiana anni novanta e il bassista Pavel Kozlov uno di quei metallari da laboratorio di informatica (e sempre anni novanta siamo), quanto invece per la vena ironica quasi caricaturale/grottesca che i tre portano sul palco. La firma con la seriosa e leggendaria Sacred Bones in vista della pubblicazione del terzo album Monument poteva fare pensare che certe riserve fossero figlie di un semplice abbaglio dettato da un live non esattamente memorabile. Purtroppo però nei mesi successivi i Molchat Doma (che nel frattempo sono riusciti a diventare un piccolo caso anche su TikTok) hanno confermato l’irripetibilità del momento magico vissuto tra il 2018 e il 2019 attraverso una sequenza di singoli meno appaganti del previsto: Небеса и Ад (Heaven and Hell), Не смешно / Ne smeshno e Дискотека / Discoteque, quest’ultimo pompato da rapidità che se vogliamo essere generosi possiamo associare ai New Order, altrimenti a certo hi-nrg un po’ facilone. E poi l’estetica: il casermone (ora hotel) slovacco immortalato sulla copertina di Etazhi, in Monument lascia spazio ad un tamarrissimo e iper-chep monumento che sembra uscito da qualche 3D-tool di quindici anni fa.
L’impressione è che, una volta capito in quanti (e i numeri parlano chiaro) subiscono il viscerale appeal della combo (dark)wave+soviet, i bielorussi abbiano voluto calcare ulteriormente la mano finendo però per esagerare e sconfinare oltre quella linea di confine che separa il genuino dal pacchiano/trash. Non è chiaramente solo questione di grana a bassa fedeltà che diventa improvvisamente artificiosa e posticcia, Monument nel complesso suona come un tentativo riuscito a metà di perpetuare la formula fallendo – e forse parte della colpa è del monotono approccio dietro al mic Yegor Shkutko – in quelle rare occasioni in cui il ventaglio sonoro prova ad allargarsi un minimo: la già citata Discoteque, il mix di EBM/synth-pop e italo disco dell’iniziale Утонуть / Utonut’ o l’abbastanza indefinibile Обречен / Obrechen. Leggermente più interessante (o forse è solo merito del titolo più evocativo) Ленинградский Блюз / Leningradskiy Blues e la sua linea di basso ad altezza Gianni Maroccolo anni ottanta, mentre Ответа Нет / Otveta Net , pur essendo uno degli episodi migliori del lotto, è praticamente indistinguibile da almeno due o tre tracce del disco precedente (e lo stesso concetto lo si può applicare a Звезды / Zvezdy).
Chiara prova di espansione verso un pubblico più ampio, Monument rischia in realtà di allontanare chi negli scorsi mesi/anni ha già fatto il pieno del Molchat Doma-sound.
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