• Gen
    20
    2014

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Mahogani Music

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Paladino house della città dei motori, un tempo figura sfuggente e misteriosa, oggi riconoscibilissimo anche grazie all’harem che lo accompagnaKenny Dixon Jr., seconda golden generation di Detroit, ritorna su Mahogani Music con Moodymann, album intitolato come il suo storico pseudonimo. Un disco che, in pieno stile dixioniano, raccoglie l’eredità della musica dei padri, e con questa racconta le storie di négritude nelle città di oggi.

Abituato all’intransigenza vecchia scuola della stampa esclusiva su vinile, questa volta Moodymann opta per l’ecumenico rilascio nei più diversi formati, compreso quello digitale. Ed è proprio su quest’ultimo supporto, assieme a quello CD, che Dixon farcisce il suo lavoro di intermezzi, spezzoni, skit radiofonici e televisivi, tutti tesi a circostanziare ogni traccia. Siamo a Detroit, quella del ghetto, e queste cose nascono da qui. Rosa Parks, Martin Luther King, resoconti di ordinaria criminalità urbana, immagini di decadenza post-fordista. Un’esaltazione di tutto il disagio, presente e passato, delle generazioni nere motown. Non a caso il disco si chiude con Sloppy Cosmic, tributo ai Funkadelic, autentico lamento blues dalle periferie, emozionante simbolo di resistenza mista a rassegnazione (“don’t walk so smooth, things don’t seem to have changed that much / don’t walk so smooth, they’ve rearranged as such”) in una vita fatta di miserie. Il rimpianto di quello che poteva cambiare, però, trova spazio solo nei dodici minuti che riprendono i versi di George Clinton. Il nucleo dell’album, una decina di pezzi, è un continuo richiamo, venale e disincantato, alle suggestioni che hanno segnato la giovinezza di Dixon. Ci sono le impressioni funk sfumate jazz di Hold It Down, Ulooklykicecreaminthesummertyme e Desire, le aperture disco-music di I Got Werk e Come 2 Me, le deviazioni dancefloor a tinte cupe di No e Sunday Hotel. I numeri meno riusciti, come il rework di Born To Die di Lana Del Rey, o gli atteggiamenti simil-pop a bpm accelerato di Lyk U Use 2, pesano meno qui rispetto ad una loro ipotetica collocazione sulla distanza breve.

Moodymann poggia la sua azione su fondamenta solide, sonda terreni già esplorati, non esita ad usare la sua voce, prima per inscenare rivendicazioni machiste, poi per affrancarsi dal resto del mondo in quanto local detroiter. Con la maggior parte delle tracce intorno ai quattro minuti di durata, ma senza velleità di forma-canzone, siamo di fronte ad un album che può suonare eccessivamente frammentato (anche se, sul 12″, con la scrematura di tutti gli sketch, le cose migliorano). Bisogna quindi considerarlo per quello che è, una raccolta sparsa di istantanee, tagli, intuizioni, sulla falsariga degli LP del collega di Chicago, Felix Da Housecat. Fotogrammi in sequenza dal cuore pulsante del Michigan.

15 Aprile 2014
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