Recensioni

Archiviata la (ovviabile) digressione De André, Morgan torna col secondo lavoro d’inediti originali. Rispetto all’esordio, la situazione è precipitata. L’ossessione eletta al rango di musa, tutto un circolo vizioso di sentimenti irrisolti, il tormento incistito su cui tornano i pensieri e le opere (le omissioni?) a sbattere come polpi da frollare. Un rovello velenoso da cui estrarre la medicina, creatività (in) folle che si specchia in se stessa, rimbalzandosi mille volte come succede a ogni specchio infranto che si rispetti. Da A ad A, ovvero quel circuito senza scampo, ma anche il giocare irriguardoso e sprezzante dei dada, la spremitura/centrifuga/sovversione dei significati. Sovrapposti e opposti. Come un sorriso di luna scura. Bagliori di Diamante Pazzo e vampe di Sergente Pepe alla corte del marajà. Tutta una fregola da beat-straccione ammantato di broccati in attesa del decollo nella capsula spaziale. Cristo, Morgan.
L’orchestrazione è una giostra di archi e legni e sintetizzatori e pianoforte e ottoni e organi e theremin eccetera. Più di quel che occorre, perché il necessario è il respiro ma l’eccessivo è il sospiro, o – meglio – l’urlo (interiore, esteriore) di chi non (si) accetta. Cristo, Morgan. Ora sembri un Capossela in deriva swing cazzona Arbore (Animali familiari), poi un ibrido Modugno/Tenco tra i solchi del Parsifal dei Pooh (Una storia d’amore e di vanità), poi un Ivan Graziani che gioca al videogame post-glam Power Station (La cosa), quindi ancora i Floyd di Atom Heart Mother tra allucinazioni Badalamenti, Air e Beatles (Liebestod). Cristo.
Cristo se non è una sarabanda di scaramucce patafisiche, messinscena che spinge allo scoperto melodie golose e (o) inadempienti, stropicciate da un canto che sembra non fottergli un beneamato cazzo, se non rappresentare la propria garrula devastazione sentimentale (Amore assurdo). Senza risparmiarci neanche la marcetta fanciullesca di U-Blue (vaudeville Beatles e coretti Beach Boys dal bridge costernato, guest star la figlia Anne Lou), per poi cogliere fluviale apoteosi nella conclusiva Contro me stesso, ballad psych srotolata fosca e leggera, con Morgan/Cristo che confessa il suicidio commerciale (ma ce n’eravamo già accorti, caro) tra i graffiti sghembi del violino. Infine, ecco una fiera svolta in direzione soul tra Beta Band, Talk Talk e Bowie, delirio di archi, sax, melismi nordafricani e wah wah. Insomma, questo disco è un baraccone che amerete e/o odierete. Come il suo autore. Proprio come lui.
Amazon
