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L’undicesimo album di Morrissey arriva al termine di un periodo non facile per l’ex Smiths, fatto di problemi di salute, concerti annullati, romanzi non proprio ispirati e ancora concerti annullati. Un calvario, il suo, condiviso dai fan, che a fronte di una perversa spirale di uscite infelici su Brexit e migranti, e del peloso sostegno all’ala più retriva dello Ukip, si sono ritrovati di fronte a un idolo arroccato, se non proprio sulle posizioni populiste di un neoconservatore qualsiasi, per lo meno lontano da quell’ambiguità che costringeva i suoi ascoltatori a mettersi in discussione. A latere abbiamo assistito a una marginalizzazione dell’artista, che fatica a trovare il proprio posto in un ecosistema pop i cui parametri sono cambiati repentinamente, persino quelli grazie a cui il Moz ha costruito la sua narrazione antagonista. Tanto che, quando a sorpresa è arrivata la notizia di un nuovo importante contratto discografico con BMG, in molti (compreso chi scrive) hanno tirato un sospiro di sollievo, soprattutto dopo che la recente rescissione del contratto con Harvest era suonata come l’inizio della fine di un’onorata carriera.

Arriviamo così a parlare di un nuovo album che in fondo rappresenta l’output più ovvio di questo periodo un po’ confuso e tormentato, fatto di recriminazioni sopite, certezze che si assottigliano e tanta fragilità malcelata. O meglio, mascherata dietro a un sound muscolare (l’opener My love, I’d do anything for you suona come un incrocio fra i Led Zeppelin di Kashmir e un musical glam), una produzione che non si nega certi eccessi barocchi e una vena lirica che assesta colpi a destra e a manca ma senza la lucidità e la poesia di un tempo. Questo diventa evidente quanto più lo sguardo si alza dall’universo Moz-centrico e si ammanta di un afflato politico.

Già il precedente World Peace… si avventurava in territori a lui chiaramente meno congeniali. Oggi il cuore dell’album sta nel requiem antimilitarista di I Bury The Living: un pezzo troppo lungo, troppo ostentatamente drammatico e penalizzato da versi come «Give me an order – I’ll blow up a border / give me an order and I’ll blow up your daughter», in cui si fatica a trovare il cipiglio letterario di un tempo. Temi come il conflitto Arabo-Israeliano (Israel), la primavera araba (In Your Lap) e la brutalità della polizia (quella Who will protect us from the police? che non può non ricordare l’incidente della scorsa estate di cui fu protagonista un baffuto poliziotto romano) vengono imbastiti in modo diretto con statement didascalici ed imperativi categorici («Teach your kids to recognize and despise all the propaganda»), laddove il Moz migliore è sempre stato quello che tirando in ballo le proprie idiosincrasie riusciva a parlare del mondo che lo circondava. Per fortuna di quest’ultimo c’è ancora traccia in brani come Spent The Day In Bed, inno isolazionista che aveva anticipato l’album facendo sperare in una sobrietà degli arrangiamenti disattesa per gran parte del lavoro. Ma anche nella polemica circolarità imperniata di misantropia di I Wish You Lonely o nella tenera e romantica Home Is A Question Mark.

Jacky’s Only Happy When She’s Up On The Stage è il quadretto drammatico di un’artista che riempie con il lavoro il vuoto di una vita sentimentalmente fallimentare, e insieme a All the Young People Must Fall in Love (gospel pacifista, dimesso ma pervicace, che porta un divertito messaggio di speranza in mezzo a un panorama non troppo edificante) è forse il pezzo migliore di un album folle e discontinuo, anche per i canoni di Morrissey: ultimo divo del pop, che a 59 anni ancora fatica a ricalibrare il proprio senso di inadeguatezza sulle coordinate della maturità.

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