• Ott
    22
    2013

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UDR

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Ogni uscita dei Mötorhead segna la rinascita del loro culto, invariabilmente da trent’anni a questa parte. Perché sono sempre loro, strafottenti e testardi, tronfi ma veri. E davanti a cotanta integrità morale l’unica domanda che vale la pena porsi è: quanti cazzotti assesta il nuovo disco di Lemmy?

Beh tanti. Si vociferava avesse problemi di salute – e qualche acciacco a 67 anni suonati ce l’avrà pure – ma, in attesa della prova live, Aftershock ci riconsegna un Kilmister incazzato nero, guerrigliero come da artwork, che attacca subito con due speeed trash come Heartbreaker (got to move stop the dreams/listen how the people scream/ on and on and on) e Coup de grace. Non è un fuoco di paglia, l’album cammina deciso sul sentiero del live fast/die young. Si balla con il diavolo (End of Time), si cerca la rissa (Silence when you speak to me) e si scorrazza su e giù per l’America rimpiangendo le ballerine di chissà quale nightclub con il blues di Lost Woman Blues, giusto per ribadire che lui, Kilmister, è il più southern tra i sottoposti della corona inglese.

Nonostante una tracklist lunghetta (14 brani), il disco scorre via rapido, offrendo riflessioni sulla vita che passa attaccata alla bottiglia – nell’ottimo rock blues marca ZZ Top di Dust and glass – e perché no suonando i tre accordi dei Ramones in Keep your Powder Dry, prima di rituffarsi in un finale ancora devoto alla velocità e dunque speed metal. E’ lo stesso stramaledetto disco da trent’anni e, ogni volta, ci si chiede perché ascoltare un nuovo album dei Mötorhead. Poi schiacci play e due su tre rimani immancabilmente fregato.

21 Ottobre 2013
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