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Negli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90 si assistette in campo indie al recupero di sonorità considerate blasfeme, quali l’hard rock, il folk e il progressive. Fortunatamente non fu un vero e proprio revival fatto di pezzi interminabili, tecnicismi vari, concept album, strumenti d’antan, formazioni numerose, quanto un tentativo di disassemblare quei generi e usarne alcuni componenti filtrandoli con attitudide punk, bassa fedeltà e un approccio spesso dissacrante.

È un fenomeno che riguarda soprattutto la provincia USA ma, se le celebberime bands di Seattle furono maestre nell’arte del riciclo creativo (dai Melvins ai Soundgarden, dai Nirvana agli Screaming Trees), è nella periferia remota del rock che è stata prodotta l’opera più rappresentativa del periodo, a Trondheim, cittadina industriale norvegese.

Qui i Motorpsycho sfornano il loro terzo, monumentale album, Demon Box. Il titolo è preso da un libro di Ken Kesey (padre della psichedelia USA), la copertina da una vecchia foto familiare, a dimostrare un doppio legame con la tradizione. I quattro norvegesi aprono il vaso di Pandora del rock e ci accompagnano in un viaggio meraviglioso tra macigni lisergici e vortici fuzzedelici, comuni hippie e colonie marziane, assalti all’arma bianca e pillole surrealistiche e sulfuree, stagedives senza rete e trip senza fine, leggende nordiche raccontate con clangori industriali in sottofondo.

Sunchild è l’indie song definitiva, si sviluppa sull’asse Hüsker DüDinosaur Jr e sfodera un assolo contagioso da (air) guitar hero. Junior sembra la classica slacker song alla Pavement, ma quando dovrebbe terminare, scala una marcia, sbanda, accenna una assolo e si schianta contro un cumulo di spazzatura grunge. Plain #1 è una perla, parte in punta di piedi con fraseggio acustico su un tappeto di sample vocali e rumoristici (glitch?) per poi gonfiarsi e esplodere in una supernova psichedelica.

Sheer Profundity e Feedtime sembrano uscite da Dope, Guns, and Fucking in the Streets dell’Amphetamine Reptile, l’atmosfera è quella malsana della Grande Mela, le urla belluine e i riff quadrati ricordano Helmet e Unsane. La cover di Moondog All Is Loneliness è un assurdo raga che ipnotizza lo spettatore al suono di sitar elettrico e violino per poi catapultarlo nella notte artica senza fine. Demon Box ci sprofonda in un incubo interminabile, figlio illegittimo di Throbbing Sabbath e Sonic Cheer, diciassette minuti di doom apocalittico e feedback accecante capaci di far impallidire (se possibile) la moltitudine di black metal band che in quegli anni nascevano in Scandinavia. La versione in doppio vinile presenta tre pezzi in più, tra cui il mammuth progressive Mountain (ripreso nell’EP omonimo).

Album irripetibile e strabordante, Demon Box è un lavoro a doppia anima, nel quale si alternano pezzi solari e visionari a tracce cupe e introspettive, come se fosse stato registrato in due sessions durante le due lunghe stagioni polari. Il risultato è un’opera discontinua e circolare (inizia e finisce con due versioni della stessa canzone) nella quale passato e futuro convivono in (dis)armonia: registrazioni casalinghe dei genitori e synth, taurus e samples futuristici, hammond e chitarre ultra-sature. I Motorpsycho non sono solo dei geniali antiquari, ma anche degli ottimi fabbri, riescono a fondere generi apparentemente inconciliabili (punk, folk, heavy metal, lo-fi) e a ricavarne leghe miracolose, che risentono profondamente dell’ambiente alien(o|ante) del Profondo Nord.

All’epoca della storica alluvione del ’93, un centinaio di ragazzi sfidò natura e buonsenso per assistere alla prima esibizione italiana dei Nostri a Valenza Po. Una monumentale versione di Demon Box (intorno alla mezz’ora) li ripagò in pieno.

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